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La campagna “KIKOnosce l’endometriosi?” Un successo oltre le aspettative
Un’importante campagna di sensibilizzazione verso una delle malattie femminili più diffuse e meno conosciute del nostro tempo: l’endometriosi. Tempo di bilanci per “KIKOnosce l’endometriosi?”, il progetto sviluppato dal Rotary Club Milano…
L’articolo La campagna “KIKOnosce l’endometriosi?” Un successo oltre le aspettative scritto da Paolo Brambilla proviene da Assodigitale.
Vent’anni dagli attentati dell’11 settembre 2001
Sono ormai trascorsi due decenni dagli attentati dell’11 settembre 2001: vuol dire che c’è una generazione di persone che oggi sono maggiorenni e non hanno il benché minimo ricordo diretto degli eventi che scossero il mondo quel giorno.
Per queste giovani generazioni, le Torri Gemelle sono sono dei pixel su uno schermo. Non ne possono aver vissuto la fisicità in modo tangibile, non possono aver sentito le Torri toccandone le strutture e salendo fino ai loro piani più alti, come ho fatto io insieme a milioni di persone per decenni, e questo rende tutto astratto e impalpabile.
Questa progressiva nebbia del ricordo facilita l’attecchimento di miti e di tesi di complotto, che nei primi anni dopo gli attentati ebbero una fortissima diffusione e che oggi sono passate in secondo piano, sopite ma mai realmente abbandonate, sostituite da tesi di complotto su altri drammi, come la pandemia, per riaffiorare soltanto in occasione degli anniversari. Anche il complottismo ha le proprie mode, e già questo dà un’idea della scarsa serietà dei suoi sostenitori.
Il complottismo sull’11 settembre oggi è cambiato rispetto a quegli anni: non porta più nuove tesi da molto tempo, ma è diventato parte della cultura contemporanea, come le tesi di complotto sull’assassino del presidente Kennedy o sugli allunaggi. Rischia quindi di sedimentarsi nell’opinione pubblica come una visione legittima degli eventi. Ma non lo è. Lo dimostrano i fatti tecnici, non le veline di governo.
Se vi interessa saperne di più su questi fatti tecnici e sui miti nati intorno a questi attentati e sentire le testimonianze dirette di chi era lì in carne e ossa, invece di blaterare chinato sullo schermo del computer, e se volete leggere le esperienze dei vigili del fuoco di New York e di Arlington, dei soccorritori in Pennsylvania e di tanti altri esperti che accorsero per aiutare, invece dei deliri degli YouTuber incompetenti in cerca di visibilità, posso proporvi due risorse in italiano.
La prima è il blog Undicisettembre, che ho l’onore di coordinare insieme ad altri ricercatori che hanno raccolto i documenti delle otto inchieste governative, le perizie dei tecnici e i dati scientifici e hanno intervistato molti dei protagonisti diretti, come Malcolm Nance, soccorritore al Pentagono (vi consiglio di cominciare dalle FAQ raccolte nella colonna di destra); la seconda è il libro 11/9 La cospirazione impossibile, scaricabile gratuitamente in formato PDF, disponibile anche in versione aggiornata e realizzato dal Cicap per esplorare la disinformazione mediatica che ha circondato gli eventi di quel giorno e degli anni successivi.
Per quel che mi riguarda, non ho nulla da aggiungere sull’argomento rispetto a quanto ho già scritto: la vera zona grigia degli attentati, ossia il coinvolgimento saudita (governativo o di singoli individui) nel facilitarli e finanziarli, rimane ancora irrisolta e non sembra esserci alcun vero intento di fare chiarezza da parte del governo statunitense. Il resto è solo aria fritta alla quale non intendo regalare visibilità.
Per cui, cari complottisti in patetica cerca di attenzioni, non perdete tempo a inviare commenti a favore di presunte “prove” di complotto. Avete avuto vent’anni di tempo e non avete concluso nulla. Fatevene una ragione e trovate qualcosa di più costruttivo da fare della vostra vita.
Fonte per l’immagine: Jeffmock/Wikipedia.
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A Matter of Impact: August updates from Google.org
Jacquelline’s Corner
It’s back to school season again, and the pandemic continues to affect teachers, families and students — especially those already lacking educational resources. Despite the challenges and unknowns, nonprofits working in education continue to push forward and innovate to support learning. It’s clear that the ability to pivot is a common strength necessary for these times, and as funders and supporters we must ensure organizations have the space to adapt priorities and meet learners where they are.
Over the course of the pandemic, through our Distance Learning Fund, we’ve supported organizations — like INCO and TalkingPoints which you’ll read more about below — that pivoted to provide training and support to teachers learning how to educate remotely, delivered high-quality digital learning opportunities for students, and also created the resources needed to keep learning happening in an equitable way.
In the face of ongoing and overlapping challenges — the pandemic, climate change, racial injustices — I’m continually inspired by the new approaches that our grantees like these, and others, take to help the world’s young learners as they enter another year of education.
In case you missed it
Our hearts go out to all those affected by the crisis in Afghanistan. To help, Google and Googlers are providing more than $4M in support to organizations on the front lines aiding those who are particularly impacted — women, refugees and journalists.
Hear from one of our grantees: INCO
Hei-Yue Pang is the APAC Lead at INCO, a global organization working to build a more inclusive and sustainable economy through forward-looking education and support to entrepreneurs.
With millions of children across the world kept out of school due to the COVID-19 pandemic, INCO launched the INCO Education Accelerator in April 2020 — with the support of a $2.5M grant from Google.org and our Distance Learning Fund. The accelerator supports education nonprofits across Europe and Asia and creates equitable access to education for children, especially those from under-resourced families. With technical assistance from distance learning experts and Google volunteers, the nonprofits multiplied their impact and collectively provided uninterrupted access to education for over 360,000 students — nearly 28 times more students than before their accelerator program.
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La bufala dell’app che toglie gli sticker che coprono le foto dei bambini sui social network
Per ora mi sembra che questo falso allarme circoli soltanto in inglese, soprattutto su Facebook e Twitter, da quel che ho visto, ma mi aspetto che sbarchi anche in italiano, per cui faccio un prebunking: non esiste nessuna app che tolga gli sticker usati per mascherare le immagini dei bambini nelle foto pubblicate sui social network.
L’allarme che gira sostiene invece che questa app esista. A volte viene indicata con il nome Snapseed. Il testo più ricorrente del messaggio è questo:
“So apparently there’s apps that can remove stickers from Facebook pictures…
I’ve had a google and I have found it to be true..
After a bit of digging I found that the only way to censor your images it actually rub it out with the eraser tool..
adding stickers adds layers to the image that can be removed quite easily with the right apps or software..
Please be cautious when posting pictures of your babies when censored with Facebook stickers xx
Admin”
In sintesi, chi condivide questo appello afferma che l’unico modo per censurare realmente le immagini su Facebook consisterebbe nell’usare lo strumento “gomma”, perché aggiungere un adesivo (sticker) non farebbe altro che aggiungere all’immagine un layer (uno strato) che sarebbe poi facilmente rimovibile con le app giuste.
Ma le immagini pubblicate sui social network non hanno layer. Al momento della pubblicazione vengono convertite, solitamente in formato JPG, che è privo di layer, e quindi non hanno dei dettagli “coperti” che possono essere scoperti. Pertanto l’allarme è sbagliato.
Chi diffonde questo avviso fa confusione con i formati grafici come il PSD di Photoshop, i documenti PDF o i file TIFF, che in effetti hanno i layer e come tali possono essere “smontate” per togliere le pecette di copertura. Ma nei social network questi formati non vengono usati (a meno che non si condivida intenzionalmente un file multilayer di Photoshop come allegato).
Insomma, nell’uso normale dei social network uno sticker è permanente e non si può rimuovere, per cui si può stare tranquilli.
È vero che esistono alcune app che sembrano capaci di rimuovere alcuni dettagli dalle foto, ma lo fanno “clonando” dettagli dalle zone circostanti dell’immagine: non possono ricostruire, per esempio, il volto di un bambino coperto da uno sticker.
Fonti: ThatsNonsense, Snopes, Giornalettismo.













