Safari è il nuovo Internet Explorer?
Una piccola burla da nerd per la sicurezza delle auto
Qualche giorno fa ho comprato per pochi euro due di questi portachiavi con la dicitura “PULL TO EJECT” tipica dei seggiolini eiettabili degli aerei.
L’ho fatto per una burla, ma anche per una ragione di sicurezza molto seria. Come molte auto della sua categoria, anche TESS (la mia Tesla Model S di seconda mano) ha un sistema elettrico di bloccaggio delle portiere posteriori. Non è quello della sicurezza bambini: è proprio una chiusura elettrica aggiuntiva a quella meccanica. La sicurezza bambini è un comando separato.
Quando si tira la maniglia interna per aprire, questo bloccaggio si disinnesta elettricamente. In caso di incidente, i sistemi di sicurezza lo disattivano, sempre elettricamente, e consentono l’apertura puramente meccanica. Ma che succede se l’impianto elettrico è danneggiato da una collisione o è guasto per qualche motivo? Se la batteria a 12V dell’auto è a terra o non fa contatto, che si fa?
Se non c’è alimentazione elettrica, il bloccaggio elettrico non si disattiva e la portiera non si può aprire dall’interno, neppure se si tira la maniglia. Brrr. Così prima di comprare l’auto ho sfogliato il manuale alla ricerca del sistema meccanico d’emergenza. Ho trovato la spiegazione a pagina 8. Il sistema c’è, ma è un po’ nascosto. Lo vedete?
No, vero? Provate a trovarlo in quest’altra foto:
Sì. È quella linguettina nera su sfondo nero sotto la seduta del sedile posteriore. Una di quelle cose che non troverai mai quando ti serve, se non sai già benissimo dov‘è. E che magari non sai neanche che esiste, visto che quando sei seduto sui sedili posteriori non la puoi nemmeno vedere e di solito non te ne parla nessuno. Oltretutto normalmente è coperta da una linguetta di moquette.
Qui sopra la vedete illuminata perché ho piazzato appositamente una lampada per scattare la fotografia. Normalmente è praticamente invisibile.
Per sbloccare le portiere bisogna trovarla e tirarla: un cavo collegato alla linguetta aziona meccanicamente il meccanismo di blocco e lo disinnesta. Il manuale lo spiega così (qui mostro la versione inglese, ma c’è anche la versione italiana):
Sottolineo, per maggiore chiarezza, che questo sblocco meccanico serve soltanto in un’emergenza tale per cui l’impianto elettrico è completamente andato. Normalmente, infatti, per aprire la portiera si tira semplicemente la maniglia interna (se non è attiva la sicurezza bambini). Questo attiva lo sblocco elettrico.
Questa situazione non mi piace per nulla, così ho deciso di rendere un po’ più evidente questa misera linguetta agganciandoci qualcosa di ben visibile: quel “PULL TO EJECT” giallo e nero. Qui vedete la manopolina dell’altro sedile posteriore, alla quale ho già applicato il portachiavi. Ho provato e funziona: tirando il portachiavi la portiera si sblocca.
In questo modo, quando sale a bordo qualcuno che trasporto su TESS per la prima volta, gli posso fare il briefing di sicurezza come sugli aerei: “Per i passeggeri della seconda fila, si prega di notare la linguetta gialla e nera con scritto “PULL TO EJECT” situata sotto il sedile fra le vostre gambe. In caso di emergenza, tirate con forza la linguetta…”. Poi posso aspettare la reazione perplessa di chi si chiede se davvero le Tesla, notoriamente ipertecnologiche, abbiano anche il seggiolino eiettabile e sdrammatizzare la situazione intanto che insegno una precauzione di sicurezza importante.
Seriamente: tante auto hanno questi blocchi elettrici. Sarebbe opportuno che fosse ben indicato dove si trova lo sblocco meccanico d’emergenza, che il conducente si informasse sulla sua collocazione e ne informasse anche i passeggeri. Fateci un pensierino. Se avete un’auto di questo genere, scoprite dove sta lo sblocco. Ammesso che ci sia. Prudenza.
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Tesla Model 3 Standard Range Plus contro Long Range: quale scegliere?
B2B Marketing News: B2B Ad Spending Sizzles, Salesforce Slack Buy Complete, C-Suite Marketing Survey, & Clubhouse Opens To All


US B2B ad spend set to pass $30b in 2023, nearly half the dollars will go to digital
In the U.S. alone B2B advertising spending is expected to top $30 billion by 2023, with almost half going to digital, while display advertising spending is expected to surpass that of search advertising by 2023 — two of several insights of interest to digital marketers in newly-released forecast data. The Drum
Salesforce completes $27.7B Slack acquisition
Salesforce has put finishing touches on its $27.7 billion acquisition of business communication platform Slack, with the now-official purchase set to combine Salesforce’s data platform Customer 360 with Slack, Salesforce recently announced. Venture Beat
Zenith: Online Video To Lead 2021 Global Ad-Spend Growth, At +26%; Digital To Take 58% Share Of Total
2021’s most robust growth in global digital advertising spend is set to come from online video, climbing some 26 percent to $63 billion, according to recently-released forecast data. Overall ad spending growth is expected to reach 6.9 percent in 2022 and 5.6 percent in 2023, the forecast data also shows. MediaPost
Twitter Posts Steady Increases in Users and Revenue for Q2, with Good Growth in Ad Spend
Twitter saw an 11 percent rise in its monetizable daily active user (mDAU) count compared to last year, an increase of some 7 million users since the first quarter of 2021, while also recording a 69 percent increase in international revenue, Twitter recently announced. Social Media Today
C-Suite Survey: The Top 5 Marketing Org Deficiencies
84 percent of senior management executives say they are interacting either closely, regularly, or increasingly with marketing teams, while 52 percent noted that interim or fractional marketing leaders bring new thinking, ideas, and innovations to marketing departments, according to recently-released survey data. MarketingProfs
Clubhouse is now out of beta and open to everyone
After a year of restricted waiting-list access, and following up on May’s Android version release, audio-call-based communication app Clubhouse has opened its digital doors to the public, accompanied by an updated logo, the firm recently announced. TechCrunch

Consumers want control, not ad blocking, in online advertising
80 percent of consumers say they don’t trust online ads, and 74 percent report that they hate them, while 67 percent of the Gen Z demographic said that online ads serve an important purpose — two of several findings of interest to online marketers contained in recently-released survey data. AdAge
Google now shows why it ranked a specific search result
A new list of factors taken into account by Google for individual search results has been launched by the search giant, highlighting some of the top areas businesses can look to for improving their search rankings, Google recently announced. Search Engine Land
2021 U.S., Worldwide Consensus Jumps On Zenith Ad Revisions
Global and U.S. advertising spending forecasts for 2021 have recently gotten stronger, with worldwide ad spend growth predicted to reach 13.1 percent and U.S. growth 14.6 percent, each revised to greater levels than earlier predictions, according to joint forecast data from Dentsu, GroupM, Magna, and Zenith. MediaPost
What B2B Buyers Want From Vendor Websites
When it comes to B2B buyers seeking insight from online vendors, the top three criteria affecting purchase decisions include easy website access to relevant content, pricing and competitive information, and site content that directly demonstrates expertise around industry needs — one of numerous findings of interest to digital marketers contained in newly-released B2B buyer research. MarketingProfs
ON THE LIGHTER SIDE:

A lighthearted look at the “the personalization privacy paradox” by Marketoonist Tom Fishburne — Marketoonist
The Internet Is Rotting — The Atlantic
TOPRANK MARKETING & CLIENTS IN THE NEWS:
- Joshua Nite — What’s Trending: Shake Things Up — LinkedIn (client)
- TopRank Marketing — How to Create Winning Sales-Enablement Content — Content Marketing Institute
- Lee Odden — 8 Binge-Worthy Public Relations Podcasts — OnePitch
- Lee Odden — 5 Things You Need To Know About Search Engine Optimization SEO — Wow Digital
- TopRank Marketing — 101 Top Minnesota Social Media Companies and Startups of 2021 — BestStartup.us
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PS5, tutti gli hard disk interni SSD compatibili
Microsoft presenta un programma dedicato alle startup gaming
Podcast del Disinformatico 2021/07/30: Perché i computer parlano… come computer? Breve storia della sintesi vocale
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto). Questa è l’edizione estiva, dedicata a un singolo argomento.
I podcast del Disinformatico di Rete Tre sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti della storia di oggi, sono qui sotto!
Nota: la parola CLIP nel testo che segue non è un segnaposto in attesa che io inserisca dei contenuti. Indica semplicemente che in quel punto del podcast c’è uno spezzone audio. Se volete sentirlo, ascoltate il podcast oppure guardate il video che ho incluso nella trascrizione.
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(CLIP: HAL)
È una delle scene più celebri e raggelanti del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio. A bordo dell’astronave Discovery, in viaggio verso il pianeta Giove, il supercomputer HAL 9000 chiude inesorabilmente le comunicazioni con l’unico astronauta sopravvissuto, David Bowman. Gli altri membri dell’equipaggio sono stati uccisi proprio da HAL.
Oggi l’idea di comunicare a voce con un computer ci sembra ovvia e banale, grazie agli assistenti vocali, ma all’epoca in cui Kubrick girò questo capolavoro della fantascienza, mezzo secolo fa, era appunto un concetto da fantascienza. I computer, anzi i calcolatori di quell’epoca, enormi e costosissimi, comunicavano solitamente stampando i propri messaggi o mostrandoli su un monitor. Farli parlare sembrava impensabile.
Questa è la storia di come abbiamo insegnato ai computer a parlare con naturalezza. Ora che ci siamo riusciti, saremo capaci anche di farli smettere?
—
La tecnica che consente di riprodurre artificialmente la voce umana si chiama sintesi vocale. Non è particolarmente nuova: uno dei primissimi esempi di sintesi vocale elettrica è VODER, che risale addirittura al 1939. Sì, avete capito bene: all’inizio della Seconda Guerra Mondiale c’erano già voci sintetiche. Ecco VODER che tenta a fatica di dire OK e simulare una risata.
(CLIP: VODER)
Certo, VODER non era un granché; le sue parole erano quasi incomprensibili, e serviva il lavoro di un operatore umano per fargliele generare. Ma stabiliva e dimostrava un principio importantissimo: era possibile creare una voce umana artificiale.
Una ventina d’anni più tardi, nel 1961, John Larry Kelly Jr e Carol Lockbaum, del centro di ricerca statunitense Bell Labs, usarono un computer IBM 7094 per sintetizzare una voce umana un po’ più intellegibile, che addirittura cantava:
(CLIP: Daisy 1961)
Questa dimostrazione, che oggi fa sorridere per quanto è primitiva, ebbe però all’epoca un effetto sensazionale e colpì in particolare un certo amico di John Larry Kelly: lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke, coautore insieme a Stanley Kubrick della sceneggiatura di 2001: Odissea nello spazio. Nel film c’è una celebre scena in cui HAL viene disattivato progressivamente dall’astronauta sopravvissuto. Nell’edizione italiana, HAL canta Giro giro tondo.
(CLIP: HAL canta in italiano)
Ma nella versione originale del film il computer canta un’altra canzone:
(CLIP: HAL canta in inglese)
Sì, è la stessa melodia, intitolata Daisy Bell, usata in quella storica demo informatica di sintesi vocale del 1961: una citazione nascosta e discreta, voluta da Arthur Clarke, che purtroppo si è persa nel doppiaggio.
Nel film, fra l’altro, non furono usate voci sintetiche per il computer: in originale la voce di HAL fu recitata dall’attore Claude Rains, mentre in italiano fu creata dall’attore e doppiatore Gianfranco Bellini.
La cadenza fredda e inumana della voce di HAL, e in generale delle voci robotiche e sintetiche usate in tanti film e telefilm classici di fantascienza, è basata sul fatto che all’epoca la sintesi vocale reale era proprio così: incapace di rappresentare tutte le sfumature ed emozioni di una voce umana.
Per poterlo fare, un computer doveva prima di tutto imparare a leggere ad alta voce automaticamente qualunque testo, senza l’aiuto caso per caso di un operatore umano come in passato. Questo è il cosiddetto text-to-speech, ossia “dal testo al parlato”, il cui primo esempio fu creato da Noriko Umeda in Giappone nel 1968.
Pochi anni dopo, nel 1976, Raymond Kurzweil presentò una delle prime applicazioni pratiche di queste ricerche: un assistente di lettura per ciechi e ipovedenti. In questi dispositivi, uno scanner riconosceva le lettere stampate nei libri e generava i suoni vocali corrispondenti, permettendo quindi la lettura di qualunque testo comune anche a chi normalmente era escluso da questa possibilità. Era un sistema molto costoso e ingombrante, che potevano permettersi solo alcune biblioteche, ma era un inizio.
La prima sintesi vocale in italiano si chiamava MUSA e nacque nel 1975 presso i laboratori CSELT.
(CLIP: Musa)
Anche in questo caso non manca la dimostrazione di… talento canoro, che per MUSA arrivò tre anni più tardi, ma arrivò:
(CLIP: musa-framartino)
Pochi anni dopo arrivarono i sistemi di sintesi vocale portatili, integrati in personal computer come i Macintosh e gli Amiga, ridando la possibilità di parlare a chi l’aveva persa a seguito di trauma o malattia, come il celebre fisico britannico Stephen Hawking, la cui voce sintetica divenne il suo marchio caratteristico, anche se in realtà gli dava un accento fortemente americano perché era basata sui campioni della voce di uno dei pionieri del settore, Dennis Klatt.
(CLIP: Hawking)
La sintesi vocale, insomma, arriva da molto lontano nel tempo, ma avrete notato che tutti questi esempi hanno un difetto: sono a malapena comprensibili, oltre che privi di cadenza, naturalezza ed emozione. Funzionano, sono utili, ma non sono certo piacevoli da usare.
Confrontate questi campioni del passato con una sintesi vocale odierna, quella di Siri di Apple:
(CLIP: Siri risponde alla richiesta “Cantami una canzone”)
Non è perfetta, ma è molto più chiara e naturale. Cosa è cambiato? Fondamentalmente tre cose: la potenza di calcolo, la quantità di memoria, e un trucco.
I suoni di base di una lingua, i cosiddetti fonemi, sono relativamente pochi, una cinquantina in italiano, ma non basta generarli in sequenza in una sorta di collage di pezzetti: nel linguaggio naturale, infatti, vengono pronunciati in modo differente all’inizio o alla fine di una parola, dopo una pausa, o in una domanda, o per sottolineare un concetto.
Per una sintesi vocale naturale serve quindi un archivio enorme di tutti questi suoni elementari nelle varie situazioni, e questo archivio richiede tanta memoria digitale. Serve poi anche una grande potenza di calcolo per scegliere rapidissimamente, istante per istante e caso per caso, quale campione vocale usare.
Il problema è generare questi archivi: occorre prendere una persona che abbia la voce giusta e farle registrare decine di ore di parlato di tutti i generi, da cui estrarre poi i vari campioni. In altre parole, mentre i sistemi di sintesi vocale del passato cercavano di generare i suoni da zero, quelli di oggi “barano”, per così dire, prendendo dei suoni umani reali e poi scomponendoli e riassemblandoli. E c’è anche un altro trucco: le frasi ed espressioni più ricorrenti sono preregistrate in blocco.
(CLIP: Siri risponde alla richiesta “Dimmi uno scioglilingua”)
La prossima frontiera della sintesi vocale è il deepfake sonoro: l’imitazione perfetta, indistinguibile dall’originale, della voce di una specifica persona. Per ottenerla servono tantissimi campioni della voce da imitare: ma se si tratta di una celebrità o di una persona che parla spesso in pubblico, questo non è difficile.
La novità è che come per i deepfake visivi, che permettono di creare videoclip molto realistici nei quali il volto di una persona viene sostituito con quello di un altro, il lavoro di selezione e montaggio dei campioni di suono viene fatto automaticamente dal software, che funziona su un comune computer domestico.
Questo vuol dire che sta diventando sempre più facile creare duplicati perfetti della voce di qualcuno, e che quindi non potremo più fidarci di quello che sentiamo se non abbiamo davanti a noi in carne e ossa la persona che sta parlando.
Non è teoria: a maggio del 2021 è stato segnalato un caso di tentato crimine informatico messo a segno usando la sintesi vocale. I criminali hanno imitato al telefono la voce di un direttore d’azienda e gli hanno fatto dire di effettuare un pagamento di 243.000 dollari per chiudere una trattativa con un cliente. L’assistente si è fidato perché ha creduto di riconoscere la voce del suo direttore.
È una frontiera inquietante. Fra l’altro, probabilmente non ve ne siete accorti, ma in realtà una frase di questo podcast non l’ho pronunciata io, ma uno di questi generatori di deepfake vocali.
No, non è vero. Almeno per ora. Ma vi è venuto un brivido, vero?
Fonti aggiuntive: Wired.com; Aalto.fi (i campioni sonori citati sono in questo video); Wikipedia; McGill.ca.
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Un miliardo di rickroll
Il rickroll è una tradizione di Internet nata nell’ormai informaticamente lontano 2007: qualcuno annuncia qualcosa di clamoroso, desiderabile o sensazionale, linkando una fonte dove trovarla, e tutti i creduloni e curiosi cliccano sul link.
Ma il link porta a un video di Rick Astley che canta Never Gonna Give You Up, un successo planetario del 1987. A volte al posto di Rick Astley si usa la canzone russa Trololo.
È una burla innocua, nonostante le sue origini nei bassifondi crudeli e feroci di Internet, nei forum di 4chan. Qualcuno ti chiede le foto sexy della celebrità del momento alla quale tiene esageratamente, o dove scaricare una versione craccata di un videogioco o un film attesissimo, e tu rispondi con il link a Rick Astley. Il rickroll ha tante forme: un codice QR su una finta multa, un malware dimostrativo per iPhone, o la versione per Zoom. Nel 2008 lo fece direttamente YouTube: il primo d’aprile, tutti i video nella prima pagina di YouTube portavano a Never Gonna Give You Up. Persino la Casa Bianca fece un rickroll, nel 2011.
Pochi giorni fa il video della canzone di Rick Astley che si usa per i rickroll (questo) ha raggiunto una tappa importante: un miliardo di visualizzazioni su YouTube. Molte saranno presumibilmente dovute alla tradizione del rickroll.
Comprensibilmente, molti si chiedono se così tante visualizzazioni abbiano fruttato qualche soldo al cantante. Nel 2010, quando il video aveva “solo” alcuni milioni di visualizzazioni, aveva incassato da questo canale soltanto dodici dollari, perché non è l’autore della canzone e quindi riceve soltanto i diritti da esecutore o interprete, non quelli ben più sostanziosi che spettano ai compositori. Se i compensi da allora sono proporzionali, forse l’ex cantante può aver incassato una decina di migliaia di dollari. In un Ask Me Anything di Reddit del 2016 (grazie a @Tigro724791 per averlo trovato), Astley disse di non sapere con precisione quanto abbia ricevuto dal video in sé, ma aggiunge che grazie al rickroll è stato pagato dalla Virgin per fare uno spot e da altri per partecipare ad altri eventi, per cui qualcosina, insomma, questa strana forma di nuova notorietà gli ha fruttato.
La storia completa del rickroll è pubblicata su Melmagazine. Beh, quasi completa: manca un episodio minore, quello in cui io tentai un rickroll e andò in maniera terribilmente imbarazzante davanti alle telecamere.
Helping site owners manage consent in AdSense
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The process of consent management often entails:
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Notifying site visitors on how their data is being used
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Enabling site visitors to provide consent or manage their data preferences
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Communicating those preferences to advertising partners, so that they’re respected
To help you gather and manage user consent for GDPR and opt-out requests for CCPA, we’ve launched new consent management features directly in AdSense Auto ads. These features offer an easy way for you to communicate with your site visitors, providing them an opportunity to manage their data and privacy preferences. This also gives you the ability to gather consent for advertising purposes, so you can continue to grow advertising revenue and fund your content.
Gather and manage consent for GDPR
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Grow revenue in a privacy-focused way
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Google interns take on 2021
When I applied to be an intern at Google, I didn’t know what I wanted to do. But I knew what I was hoping for: a collaborative culture, to work on interesting new technology, and, of course, one of those colorful propeller hats.
Still, I had no idea what part of the company I should work in, and I was worried about completing an entire internship remotely from my bedroom. I eventually was placed on the Global Communications and Public Affairs team — a specialty that was new to me. All my anxieties disintegrated when I met the Googlers who guided me through the internship process. I was welcomed onto a team that didn’t expect me to have everything figured out. They just wanted to support me.
During my internship, I’ve been encouraged to ask questions and given the resources to explore what interests me. Google is focused on continuous learning, and its internships are no exception. I may spend my morning interviewing a team lead about a product launch, followed by a coffee chat to learn about new Search features, and finish my day strategizing for this blog post.
But my favorite part of my internship has been connecting with Googlers from all over the world and helping share their stories. This year, Google’s 3,500+ interns (who come from more than 400 universities and more than 40 countries) have been collaborating on and leading all kinds of meaningful projects. As we celebrate International Intern Day today, I spoke with a few members of my intern class about the work they’re doing at Google and what they’ve learned so far.
Making a real impact
New reach and frequency metrics in Display & Video 360
Earlier this week, we announced new ways to help you easily capture connected TV and audio streamers’ attention and understand what drives them to become customers.
To deliver a consistent user experience across these new channels and more established ones, it’s critical to control the overall number of times people see your ads.
Effective cross-channel frequency management can also reduce budget waste and help you make every ad dollar count. On average, we found that customers see a 6% reach gain when managing frequency in Display & Video 360.
But beyond averages, we heard that you needed a personalized assessment of the impact of cross-channel frequency management solutions on a campaign-by-campaign basis. We’re introducing two new tools that help you appraise the benefits of your own cross-channel frequency management strategy on an ongoing basis and at no cost.
Quantify the reach impact of cross-channel frequency management
First, we’re adding a dedicated data visualization for each campaign that spans across channels and has a frequency goal set at the campaign level. The visualization shows how much reach was gained due to effective frequency management at the campaign level. You can also access the same information at the advertiser or at partner level by creating an offline report in the standard Display & Video 360 reporting.



















