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Tesi: gli “avvistamenti UFO” militari recenti sono una foglia di fico per non ammettere un’umiliazione molto terrestre
La recente serie di video di provenienza militare che mostrano avvistamenti di oggetti volanti non identificati in prossimità di navi da guerra ha scatenato le fantasie di molti, che si aspettano straordinari annunci imminenti di contatti con civiltà extraterrestri o un salto di qualità nelle informazioni sul fenomeno UFO. È un copione già visto in tante occasioni: chi segue la storia dell’ufologia sa che queste presunte grandi rivelazioni vengono sempre descritte dagli entusiasti come se fossero dietro l’angolo, ma non arrivano mai.
In questa foga ufologica gioca un ruolo molto importante il cherry-picking: la selezione volontaria o involontaria degli elementi che favoriscono la propria tesi, dimenticando tutti quelli che la smentiscono.
Per esempio, si parla tanto delle dichiarazioni fatte da piloti militari a proposito di questi avvistamenti misteriosi, ma quanti di voi sanno che fra queste dichiarazioni ce n’è anche una che parla esplicitamente di un UFO “grande circa quanto una valigetta”? E un’altra in cui il pilota dice di aver intercettato “un piccolo velivolo con un’apertura alare di circa 1,5 metri”? E un’altra ancora in cui si parla di un incontro con un velivolo “avente all’incirca le dimensioni e la forma di un drone o di un missile”? Trovate i dettagli in questo mio articolo.
Quante volte avete sentito citare questo dettaglio delle dimensioni dai vari resoconti giornalistici di questi avvistamenti?
Non solo: quante volte avete sentito precisare che gli avvistamenti in questione sono avvenuti all’interno di spazi militari di addestramento navale o al volo e che la Marina degli Stati Uniti se ne preoccupa perché vuole semplicemente evitare che i suoi piloti abbiano incidenti?
Appunto. Eppure l’ho segnalato quasi due anni fa. Il dettaglio è stato disinvoltamente “dimenticato”.
In questa situazione di fatto, ben diversa da quella fantasiosamente dipinta da tanti giornalisti, c’è anche un altro elemento molto importante da considerare: la disinformazione intenzionale.
Chi segue da tempo l‘ufologia sa anche che i militari hanno spesso approfittato del clamore dei presunti avvistamenti alieni per distrarre l’opinione pubblica dalle loro attività clandestine. Faccio qualche esempio.
- Nel 1947, a Roswell, nel New Mexico, si diffuse la notizia di un disco volante precipitato: i militari lasciarono che la notizia galoppasse (con grande successo, visto che circola ancora) per coprire il fatto che era caduto in realtà un aerostato militare che portava un apparato di monitoraggio delle esplosioni nucleari sovietiche che all’epoca era top secret.
- L’anno successivo, il celebre incidente aereo nel quale perse la vita il pilota USAF Thomas Mantell, mentre inseguiva quello che descrisse come “un oggetto metallico enorme”, fu raccontato (e tuttora viene raccontato da molti ufologi) come un’interazione con un veicolo extraterrestre, ma in realtà si trattò di una collisione con un aerostato militare della serie Skyhook, la cui esistenza non poteva essere resa nota.
- In tempi leggermente più vicini a noi, negli anni Cinquanta e Sessanta, molte segnalazioni di avvistamenti di UFO da parte di piloti di linea erano in realtà avvistamenti di velivoli militari segreti, come gli U-2 e gli A-12 (The CIA and the U-2 Program, 1954-1974). Il libro Area 51 Black Jets di Bill Yenne, pubblicato nel 2014, ne parla estesamente; ho riassunto qui la vicenda. Dato che si trattava di velivoli che ufficialmente non esistevano, ai piloti non poteva essere spiegato che cosa avevano visto realmente e ai militari faceva comodo che si diffondesse la teoria che si trattasse di veicoli alieni.
Si chiama MILDEC (military deception): depistare, depistare, depistare per distogliere l’attenzione dalle vere attività. Se volete un ripasso di quanto sia storicamente diffusa ed efficace questa tecnica, potete partire da questa voce di Wikipedia.
Mettetevi comodi, perché questo è un articolo lungo.
Gli UFO “militari” come depistaggio
Il sito specialistico statunitense The War Zone ha pubblicato un dettagliatissimo articolo di analisi che propone la tesi del depistaggio anche per questi avvistamenti recenti: lasciare che l’opinione pubblica (e anche quella politica) si scateni sulle fantasie ufologiche per distrarre dal fatto imbarazzantissimo che “un avversario molto terrestre sta giocando con noi, nel nostro giardino di casa, usando tecnologie relativamente semplici — droni e palloni — e portandosi a casa quello che potrebbe essere il più grande bottino di intelligence di una generazione.”
Tyler Rogoway su The War Zone premettono che i vari video di avvistamenti presumibilmente non hanno una spiegazione unica ma sono dovuti a fenomeni differenti e che cercare di giustificarli con una spiegazione unica, ufologica o meno, è un errore di metodo fondamentale e che non c’è nessuna pretesa di spiegarli tutti:
…people expect one blanket and grand explanation for the entire UFO mystery to one day emerge. This is flawed thinking at its core. This issue is clearly one with multiple explanations due to the wide range of events that have occurred under a huge number of circumstances.
Poi precisa che il depistaggio sarebbe favorevole sia agli avversari, sia (a breve termine) ai militari statunitensi:
“Credo inoltre che i problemi culturali prevalenti dell’America e lo stigma generale che circonda gli UFO sia stato preso di mira e sfruttato con successo dai nostri avversari, consentendo di proseguire queste attività molto più a lungo del dovuto. In effetti ritengo che le persone al potere e ridacchiano a proposito di resoconti credibili di strani oggetti in cielo e ostacolano la ricerca su di essi, compreso l’accesso ai dati riservati, siano diventate esse stesse una minaccia alla sicurezza nazionale. La loro carenza di fantasia, curiosità e creatività sembra aver creato un vuoto quasi perfetto che i nostri nemici possono sfruttare e probabilmente hanno sfruttato in misura sconcertante.”
Rogoway prosegue notando che un paio d’anni fa c’è stata una “improvvisa disponibilità del Pentagono a parlare di UFO e delle loro potenziali implicazioni”, c’è stato un aumento di avvistamenti in particolare fra i piloti di caccia della Marina e che c’è una forte correlazione fra questi avvistamenti e le grandi esercitazioni navali nelle quali si sviluppano e si integrano i nuovi sistemi d’arma, di comando e di acquisizione di informazioni. “In altre parole, sembrava che questi velivoli misteriosi avessero un interesse molto spiccato per le capacità operative contraeree più grandi e recenti degli Stati Uniti”.
Un interesse piuttosto strano se si ipotizzano visitatori extraterrestri, che per il semplice fatto di essere capaci di attraversare lo spazio interplanetario o interstellare dovrebbero possedere tecnologie in confronto alle quali i sistemi d’arma di una Marina militare sarebbero tavolette di cera per chi usa un laptop. Ma questo interesse diventa molto ragionevole se si ipotizza un altro scenario:
“Abbiamo poi ottenuto chiarimenti dai piloti testimoni a proposito delle asserzioni principali riguardanti quello che loro e i loro compagni di squadriglia avevano vissuto, prima di esplorare quella che per molti era un’ipotesi scomoda: quella che almeno alcuni degli oggetti che questi equipaggi e queste navi incontravano non erano affatto un fenomeno esotico inspiegato, ma erano droni e piattaforme più leggere dell’aria (palloni) avversari concepiti per stimolare i sistemi di difesa aerea più avanzati degli Stati Uniti e raccogliere dati di intelligence elettronica di qualità estremamente alta su di essi. Dati critici che, fra l’altro, sono difficilissimi da ottenere affidabilmente in altro modo.”
Tramite questa raccolta di dati diventa possibile
“sviluppare contromisure e tattiche di guerra elettronica per interferire con questi sistemi o batterli. È inoltre possibile stimare e persino clonare accuratamente le capacità e si possono registrare e sfruttare le tattiche. Già da sole, le ‘firme’ di queste forme d’onda possono essere usate per identificare, classificare e geolocalizzarle […] Diventare a tutti gli effetti il bersaglio [di questi sistemi] porta la qualità dell’intelligence racccolta a un livello completamente differente.”
Non è pura teoria: l’articolo di The War Zone cita un caso in cui furono proprio gli Stati Uniti a usare questa tecnica per acquisire informazioni sulle capacità nemiche.
“…abbiamo pubblicato un intero precedente storico per operazioni molto simili, che risale allo sviluppo dell’aereo-spia A12 Oxcart e all‘avvent della guerra elettronica moderna. In sintesi, durante i primi anni Sessanta, la CIA lanciò dei riflettori radar montati su palloni al largo della costa di Cuba tramite un sommergibile della Marina USA e usò un sistema di guerra elettronica denominato PALLADIUM che avrebbe ingannato i più recenti sistemi radar sovietici, facendo loro mostrare agli operatori che degli aerei nemici stavano dirigendosi rapidamente verso le coste cubane o stavano facendo ogni sorta di manovre pazzesche [evidenziazione mia — Paolo]. Questo indusse la difesa aerea cubana e i suoi radar ad attivarsi e provocò comunicazioni rapide fra gli elementi della difesa aerea sull’isola.
I riflettori radar portati da palloni di dimensioni differenti apparvero anche sui radar sovietici, e monitorando i bersagli sui quali gli operatori di questi radar si concentravano e che quindi erano in grado di rilevare fu possibile determinare quanto fossero realmente sensibili i sistemi radar sovietici. Questo fornì informazioni critiche sulla capacità di sopravvivenza dell’A-12, che volava a oltre Mach 3 ed era leggermente stealth, ma soprattutto stabilì un precedente di come la guerra elettronica e i bersagli aerei potessero essere usati per sondare le difese aeree nemiche in modo da poterne ottenere intelligence critica sulle loro capacità — tutto senza mettere a rischio un pilota in volo.”
Fra l’altro, questo test produsse un altro effetto tipicamente ufologico, raccontato qui:
Gli intercettori cubani furono lanciati per andare a caccia dell’“intruso”, e quando uno dei loro piloti disse al suo controllore di intercettazione comandata da terra (GCI) che aveva acquisito sul proprio radar il “bersaglio”, il tecnico sul cacciatorpediniere [che gestiva i riflettori radar] commutò un interruttore e il “caccia americano” scomparve.
Un pallone, spiega l’articolo, può sembrare un mezzo primitivo, ma funziona, costa poco, non comporta rischi di vite umane e permette periodi di sorvolo o di loitering (permanenza in zona) elevatissimi, tanto che l’uso statunitense dei questi palloni proseguì per decenni, anche dopo l’avvento dei satelliti spia, tanto che i sovietici svilupparono un aereo apposito (l’M-17) per tentare di intercettarli.
È quindi ragionevole pensare che le altre potenze militari del mondo abbiano preso nota delle tecniche usate dagli Stati Uniti e le abbiano adottate; la miniaturizzazione dell’elettronica consentirebbe oggi di montare sistemi di acquisizione di segnali o di guerra elettronica in un drone o un pallone. È sicuramente un’ipotesi più concreta e plausibile di uno stuolo di visitatori extraterrestri, ma giornalisticamente è assai meno seducente.
L’UFO cubico-sferico e i droni
A sostegno di questa tesi, Rogoway presenta un esempio molto preciso: la descrizione dell’UFO fornita dal pilota della Marina USA Ryan Graves (video), che dice di aver incontrato più volte nell’Oceano Atlantico un oggetto che sembrava stazionario, fluttuante nell’aria, capace di rimanere in volo per ore. Altri resoconti di oggetti di questo tipo, rilevati sui radar e anche a vista da piloti di varie squadriglie, parlano sistematicamente di un cubo all’interno di una sfera.
Misterioso, vero? Ma fluttuare stazionario per ore è esattamente quello che fa un pallone. E c’è un brevetto, lo US2463517 intitolato Airborne Corner Reflector e datato 1949, che mostra un riflettore radar cubico installato all’interno di un pallone, come nella figura qui sotto, tratta appunto da questo brevetto.
È solo un’ipotesi, ma la coincidenza è notevole.
Anche i droni hanno delle applicazioni militari nella sorveglianza; quelli appositamente realizzati per la ricognizione militare hanno autonomie e durate di volo notevolissime (ben superiori a quelle dei giocattolini commerciali), e “le loro configurazioni uniche e le loro caratteristiche prestazionali possono sembrare strane anche a piloti di caccia esperti o a osservatori a terra che non sono mai stati realmente addestrati a queste minacce.”
Ci sono già oggi tecnologie, come il programma NEMESIS, che usano sciami di droni relativamente semplici ed economici, collegati in rete tra loro insieme a navi, sommergibili e veicoli subacquei senza equipaggio, che permettono di convincere il nemico che ha davanti flotte fantasma e squadriglie di aerei che in realtà non esistono. L’illusione è tale che “sensori multipli nemici in luoghi differenti vedono la stessa cosa.”
Non c’è motivo di pensare che altre potenze militari, oltre agli Stati Uniti, non abbiano sviluppato tecnologie del genere.
[Fine prima parte — proseguo più tardi]
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Honoring Juneteenth at Google
Juneteenth, celebrated on June 19, is the oldest commemoration of the ending of slavery in the United States. It marks the day when troops arrived in Galveston, Texas in 1865 to establish Union authority and ensure that all enslaved people were freed — more than two years after the Emancipation Proclamation was signed. The following year, freed persons in Texas organized the first of what became the annual celebration of “Jubilee Day,” now known as Juneteenth.
Today, it’s a time for reflection and celebration of Black history and culture. We’re commemorating this day by elevating the voices of Black artists and creators across our products and in our workplace, as well as empowering Black small business owners to thrive.
Celebrating Black artists and creators
ROTARY PER MILANO COVIDFREE 2021
Mercoledì 23 giugno 2021 – dalle 21 alle 22 via Zoom Dibattito sul tema INTEGRAZIONE E LAVORO Scopo principale del movimento “Rotary per Milano Covidfree” è stato mettere in comune risorse…
L’articolo ROTARY PER MILANO COVIDFREE 2021 scritto da Paolo Brambilla proviene da Assodigitale.
Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/06/18) pronto da scaricare: furto di dati sanitari, certificati Covid, scrivere con il pensiero, restart spaziale
È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme a Tiki. Questi sono gli argomenti trattati, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:
- Mi è arrivato il certificato Covid digitale, ossia il “green pass” svizzero: come funziona
- Sottratti e messi in vendita i dati di vaccinazione Covid di 7,4 milioni di italiani? Il punto della situazione
- Scrivere con il pensiero, letteralmente
- “Prova a spegnere e riaccendere” funziona anche nello spazio
Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra disposizione presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) ed è ascoltabile anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.
Buon ascolto!
Scrivere con il pensiero, letteralmente
Gli scarabocchi che vedete qui sopra sono lettere pensate: sono linee tracciate da un algoritmo che interpreta gli schemi dei segnali elettrici del cervello di una persona che immagina di scrivere delle lettere. Lo immagina soltanto, perché è paralizzata.
È il risultato notevole di un’interfaccia computer-cervello (brain-computer interface o BCI) presentata su Nature a metà maggio scorso, che è in grado di decodificare 90 caratteri al minuto con il 94% di accuratezza: molto più veloce di qualunque interfaccia precedente e paragonabile alla velocità di scrittura di un messaggio su smartphone (circa 115 caratteri al minuto).
L’interfaccia è il frutto del lavoro di un gruppo coordinato da Frank Willett del Neural Prosthetics Translational Laboratory (NPTL) presso la Stanford University, e l’articolo che la descrive è intitolato “High-performance brain-to-text communication via handwriting” (Nature, 593:249–54, 2021).
L’approccio di questi ricercatori è consistito nell’abbandonare il modello classico “punta e clicca” (usato da loro in passato, ottenendo circa 40 caratteri al minuto). In questo modello, una persona deve usare il pensiero per muovere un cursore su uno schermo fino a posizionarlo sulla lettera desiderata oppure deve pensare in un modo apposito quando il cursore perennemente in movimento passa sopra la lettera in questione, in modo da selezionarla. Stavolta, invece, i ricercatori hanno chiesto alle persone di pensare ai movimenti che avrebbero fatto se avessero potuto scrivere una data lettera dell’alfabeto.
L’interfaccia fa parte di un test clinico a lungo termine denominato BrainGate2, in cui vengono impiantati dei sensori nella corteccia motoria dei cervelli di persone paralizzate. Uno dei partecipanti, identificato solo come T5, ha una lesione spinale che gli rende impossibile usare le mani (ma è in grado di parlare): nel corso di numerose sessioni di sperimentazione gli è stato chiesto di immaginare di tenere in mano una biro e di scrivere alcune centinaia di frasi che gli venivano mostrate su uno schermo.
L’attività neuronale captata durante queste sessioni dal sensore impiantato in T5 è stata usata per addestrare una rete neurale a identificare le lettere scritte dalla persona e a generare testo in tempo reale partendo dagli impulsi cerebrali prodotti dall volontario quando immaginava di scrivere frasi nuove.
Il sensore impiantato ha ancora alcune limitazioni: è ingombrante e cablato, e ha problemi di instabilità posizionale che alterano i segnali che riceve. Ma i ricercatori stanno già valutando versioni compatte, stabili e wireless, e pensano già di captare i segnali neuronali del parlato e convertirli in testo e voce, ridando la facoltà di parlare a chi l’ha persa.
Questo è quello che i ricercatori sono riusciti a fare per T5. Speriamo che scelgano bene il software per il T1000.
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“Prova a spegnere e riaccendere” funziona anche nello spazio
Quante volte vi è capitato di riavviare un computer senza pensarci su due volte, semplicemente perché era lento o faceva un po’ le bizze? Ci pensereste due volte se da quel riavvio dipendesse la vostra vita.
Ieri (17/6) due astronauti, lo statunitense Shane Kimbrough e l‘europeo Tomas Pesquet, stavano installando dei nuovi pannelli solari all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, durante un’attività extraveicolare o EVA, nella quale gli astronauti sono nel vuoto, protetti esclusivamente dalla propria tuta spaziale, che fornisce ossigeno, pressione e controllo della temperatura. Dopo circa tre ore di lavoro, Kimbrough ha dovuto interrompere la propria attività per fare un reboot della tuta. Mentre lui era dentro la tuta stessa.
La vicenda è stata segnalata dalla NASA in questo suo blog in termini come al solito molto tranquillizzanti: Kimbrough ha fermato il proprio lavoro, è tornato all‘airlock (la camera di equilibrio che consente di entrare e uscire dalla Stazione) denominato Quest, ha collegato la propria tuta a un connettore ausiliario e poi ha riavviato la tuta.
Il reset, dice la NASA, “ha corretto le irregolarità del display della sua tuta e del modulo di comando che gli fornisce informazioni sullo stato della sua tuta.” E già che c’era, Kimbrough ha anche spento e riacceso il sublimatore che raffredda la tuta, visto che era stato rilevato un picco di pressione.
Potete seguire lo svolgimento dei fatti nel video qui sotto, a circa tre ore dall’inizio.
Dopo il reboot, Shane Kimbrough è tornato a lavorare all’installazione dei nuovi pannelli fotovoltaici.
È facile dimenticarsi o non accorgersi di quanto è complicata e difficile una EVA: tecnici e astronauti sono addestrati a gestire tutte queste situazioni e le fanno sembrare normali, ma dietro le quinte c’è tantissimo lavoro abbinato a una preparazione straordinaria.
Questo lavoro, fra l’altro, deve far funzionare tute spaziali che risalgono all’era Shuttle: hanno circa 40 anni e sono state costruite per avere una vita operativa di circa 15 anni, ormai ampiamente superata grazie a ricambi e manutenzione. Ne sono rimaste soltanto quattro.
Cloud Covered: What was new in May on Google Cloud
May flowered with new products, technologies and learning resources from Google Cloud. Here’s a recap of May’s most popular posts on the Google Cloud blog.
A new platform makes machine learning easier
At Google I/O, our annual conference for developers, we announced the general availability of Vertex AI, Google’s unified machine learning platform that allows companies to speed up the building, deployment and management of their artificial intelligence (AI) models. Because it requires far less coding to build custom models, Vertex AI can be used by data analysts and data scientists with varying levels of expertise. For example, a division of L’Oreal uses Vertex AI to create tools that let people “try on” beauty products online.
New data products come in threes
At our Data Cloud Summit, we introduced a number of new solutions to help organizations gain value from their data in support of their data cloud strategies. These include Dataplex, which allows organizations to centrally manage, monitor and govern data across a variety of systems; Datastream, which allows companies to replicate data in real-time across heterogeneous databases, storage systems and applications reliably and with minimal latency; and Analytics Hub, which provides a way to access and share data and analytics models across organizational boundaries.
A first-of-its-kind technology powers carbon-free energy
We announced a new technology that will help us reach our goal of operating on 24/7 carbon-free energy by 2030. Fervo is a next-generation geothermal project that will soon add carbon-free energy to the electric grid that powers our data centers and infrastructure throughout Nevada. Using fiber-optic cables inside wells, Fervo will gather information on flow, temperature and performance of the geothermal resource. Fervo will bring our data centers in Nevada closer to round-the-clock clean energy, and demonstrate how clean energy sources such as next-generation geothermal could eventually help replace carbon-emitting power sources around the world.
A video series teaches Anthos basics
Anthos is a managed application platform that extends Google Cloud services and engineering practices to development environments so you can modernize apps faster and establish operational consistency across them. To help you get started, we introduced the Anthos 101 video learning series, a great starting point for understanding the basics of Anthos and how to use it. Even better, you can watch the whole series of 11 episodes in less than an hour.
FAQs that clear up the clouds
Speaking of 101s, we also created a popular one with frequently asked questions about cloud computing. Do you want to learn the basics of containers, virtual machines, Kubernetes, data warehouses and more? The blog gives a quick rundown of common cloud computing terms and products. It’s just one guide available in our learning resources to help you understand cloud computing and start working with cloud-based tools and products.
That’s a wrap for May. Stay tuned to the Google Cloud blog for all things cloud.
A wetsuit startup rode the wave of surfing’s popularity
For many people, the most difficult part about surfing is just standing up on the board. But for diehard surfers — the ones who get up at 5:00 a.m. to catch the best waves — the real challenge is to find a wetsuit that actually fits. And that’s something that Los Angeles City lifeguard Andrew Park and marketing manager Grace Hsiang knew firsthand.
Skintight garments sold off the rack couldn’t possibly fit every aspiring surfer, and Andrew and Grace saw a need for a premium, high-quality wetsuit designed to accommodate a wide range of body types. “When it comes to a technical garment like a wetsuit, fit is a necessity for performance,” Andrew says. “We wanted to help any individual find a fit that helps them perform at their very best rather than ask the individual to conform to our product.”
So in 2016 Grace and Andrew launched 7TILL8, a direct-to-consumer startup named for the “glass-off hour” when conditions are ideal for surfing and diving. Customers submit 16 measurements to 7TILL8 to produce a completely bespoke wetsuit, personalized down to their preferred style, color, and thickness. Crafted out of Yamamoto neoprene—affectionately known as “the cashmere of neoprene” as it is made from Japanese limestone rather than petroleum—7TILL8 wetsuits are top-of-the-line in performance, durability, and comfort. The company also provides free alterations and repairs throughout the life of the product, encouraging surfers to invest in a quality suit rather than cheaply-made alternatives.
Surfing is one of the fastest-growing sports in the world, with thousands of people taking it up during the pandemic. Surfing will make its Olympic debut at the 2020 Tokyo Games this summer, and early results from Navy research shows that “surf therapy” may even aid with PTSD and depression. Google Ads has been key to helping 7TILL8 ride this wave of popularity and connect with the customers that need their product. Search engine optimization (SEO) and search engine marketing (SEM) in the Ads platform helped Grace and Andrew see more than sixfold return on investment on keywords like “custom wetsuits.” Constantly updating and editing their keywords has been essential to driving traffic to their website and growing their custom base — and ultimately helped 7TILL8 double their revenue.
While thrilled that their business model saw immediate success, Andrew and Grace worried about scaling manufacturing to align with this rapid growth. Could they accommodate surging demand without sacrificing product integrity? Support came in the form of Strong Ventures, an early-stage investment firm that finances, supports and mentors Korean-Global entrepreneurs. The Strong Ventures team invited Andrew and Grace to Google for Startups Campus Seoul to pitch, and ultimately invested in their vision for a more inclusive surf community. “As a young company that wants to help challenge the way people look at surfing, we’ve found how important it is to find your tribe,” says Grace. “We have been incredibly fortunate to partner with organizations like Strong Ventures and Google for Startups, who align with us from a values perspective.”
Through thoughtful work and collaborations, Grace and Andrew established 7TILL8 as a brand known for quality, service and intention. While they’ve shipped their suits to more than 45 different countries, their team of five is still based in Southern California. Despite the company’s rapid growth, Andrew and Grace remain particular about partnerships and publicity. “Surfing is sometimes perceived as a silly, superficial activity, but being in the ocean is such a blissful, magnificent experience,” said Grace. “We wanted to create a brand that would exemplify that by bringing integrity, dignity and respect to our wetsuits.”














