Ancora una volta qualcuno propone di vietare i social a chi ha meno di tredici anni. Naturalmente senza uno straccio d’idea su come farlo in pratica. Stavolta in Italia ci prova Azione
Oggi in Italia il partito Azione ha pubblicato questo tweet che propone
“di vietare l’utilizzo agli under13 e la possibilità di accesso solo con il
consenso dei genitori per gli under15, in linea con la normativa europea.
L’età dovrà essere certificaita
[sic]
attraverso un meccanismo in grado di confermare in modo sicuro i requisiti
e che potrà essere utilizzato anche per tutti gli altri siti a maggior
rischio.”
Ragazzi e ragazze si iscrivono ai social a un’età sempre piu giovane e vi
trascorrono in media fino a 5 ore al giorno. I danni che ne derivano sono
depressione, disturbi dell’alimentazione e del sonno, cyberbullismo.
Proponiamo di vietare l’utilizzo agli under13 e la possibilità…
pic.twitter.com/UP6wYTDr1R— Azione (@Azione_it)
June 8, 2023
Gli anni passano, ma i politici proprio non riescono a mettersi in testa il
concetto che la certificazione dell’età per usare i social network non si può
fare e che non basta invocare un magico “meccanismo” per risolvere i
problemi.
Ci siamo già passati
di recente, per cui mi sono permesso di
rispondere
al tweet di Azione come segue.
Buongiorno, avete provato a consultarvi con gli addetti ai lavori prima di
proporre questo divieto? Capisco le buone intenzioni, ma per l’ennesima
volta si fanno proposte senza pensare a come si implementerebbero.Queste
sono le obiezioni degli esperti:1. Introdurre un divieto significa trovare il modo di farlo rispettare,
altrimenti è inutile. Farlo rispettare significa identificare gli utenti.
Chi farà questo lavoro? Chi lo pagherà? Chi vigilerà contro abusi?2. A chi affidiamo i dati dei minori? A Facebook, Twitter, Instagram,
Tinder, Ask, Vkontakte, WhatsApp, Telegram? A quante aziende dovremmo dare i
documenti dei nostri figli?3. Pensate che un dodicenne non sappia come creare un account non italiano
usando una VPN per simulare di stare all’estero?4. L’anonimato online è un diritto sancito dalla Dichiarazione dei diritti
in Internet, approvata all’unanimità a Montecitorio nel 2015. Lo ignoriamo?5. Cosa si fa per gli account esistenti? Li sospendiamo in massa fino a che
non depositano un documento? E se un utente esistente si rifiuta di dare un
documento, che si fa? E se il social network decide che non se la sente di
accollarsi questo fardello tecnico immenso?6. Se il documento andasse dato ai social network, significherebbe dare una
copia di un documento d’identità ad aziende il cui mestiere per definizione
è vendere i nostri dati.7. Equivale a una schedatura di massa. Creerebbe un enorme database
centralizzato di dati, attività e opinioni personali di milioni di
cittadini, messo in mano a un’azienda o a un governo. E necessariamente
consultabile da governi esteri.8. Avete provato a parlarne con il Garante per la Privacy? La volta scorsa
che qualcuno ha fatto una proposta analoga, la sua risposta fu
questa
[“Pensare di imbrigliare infrastrutture mondiali con una nostra leggina
nazionale è velleitario e consegnare l’intera anagrafica a privati è
pericoloso”]9. C’è già adesso un limite di età indicato nelle condizioni d’uso dei vari
social network. Chiaramente i social non riescono a farlo rispettare. In che
modo pensate di riuscire a fare quello che società miliardarie non sono in
grado di fare?10. Suggerisco di non proporre SPID o altre certificazioni digitali di
identità. Non solo milioni di utenti non le hanno e non le sanno usare, ma
resterebbe il problema degli account esistenti.Basta, per
favore, con le proposte tecnicamente insensate.11. Fare questo genere di proposte senza avere un piano tecnico già discusso
con gli esperti rischia di essere un autogol. Capisco che “per salvare i
bambini” sia uno slogan sempreverde, ma non è così che si salveranno i
bambini. Le carriere politiche, forse. I bambini, no.12. Gli esperti italiani non mancano. Sentiteli. Vi diranno che, per
l’ennesima volta, la proposta è irrealizzabile.Buon lavoro.
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A che punto è la guida autonoma? È a questo punto :-(
Già da un anno, da giugno 2022, a San Francisco circolano i taxi autonomi di
Cruise, usabili dal pubblico dopo anni di prove e collaudi. A bordo non
c‘è un conducente in caso di emergenza; c’è solo un monitoraggio remoto. E i risultati si vedono: nonostante la
selva di sensori, che includono radar, LIDAR e telecamere, non appena l’auto
incontra una caratteristica della strada che non è stata premappata nei suoi
sistemi non ha idea di cosa fare. E questo
non è l’unico caso documentato. La strada verso la guida realmente autonoma su strade non dedicate sembra
essere ancora molto lunga.
Cruise stuck in the Middle of the road in SF.
pic.twitter.com/0XOcfC3Q2M— Tesla Owners Silicon Valley (@teslaownersSV)
June 4, 2023
Anche Waymo, altro gestore di auto autonome, non se la passa bene. È arrivata da poco la notizia che sempre a San Francisco una delle sue auto ha investito e ucciso un cane che le ha attraversato la strada mentre il veicolo era in modalità autonoma in una zona in cui il limite di velocità è 25 miglia orarie (40 km/h). L’incidente è avvenuto nonostante ci fosse un conducente d’emergenza a bordo e nonostante il riconoscimento del cane da parte del software del veicolo.
Certo, anche gli umani purtroppo investono gli animali e anche i pedoni, e può anche darsi che la situazione abbia reso impossibile evitare la collisione. Ma l’investimento di questo cane non rassicura un pubblico già scettico sui veicoli autonomi.
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