Podcast del Disinformatico RSI 2021/07/23: Perché i computer spaziali durano decenni ma il mio PC si pianta sempre?
È appena terminato il montaggio del podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto dal sottoscritto, e la puntata è già online presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto). Questa è l’edizione estiva, dedicata a un singolo argomento.
I podcast del Disinformatico di Rete Tre sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti della storia di oggi, sono qui sotto!
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L’uomo seduto davanti a me, in un ristorante di Zurigo in un caldissimo giorno di giugno, ha un problema. Deve riprogrammare un vecchio computer, cosa che sa fare benissimo, ma quel computer risponde molto, molto lentamente. Per mandargli un comando e ottenere la risposta servono quasi nove ore. Cosa più importante, se si blocca per un comando sbagliato è un po’ difficile andare a spegnerlo e riaccenderlo, perché quel computer sta a cinque miliardi di chilometri di distanza.
L’uomo, infatti, è Alan Stern, principale responsabile della sonda spaziale New Horizons, partita dalla Terra nel 2006; quella che ci ha regalato le prime, bellissime immagini di Plutone e che ora va riprogrammata per esplorare le zone più remote del Sistema Solare.
Questa è la storia di come uomini e donne di tutto il mondo riescono a creare macchine così incredibilmente affidabili da sopravvivere a decenni di funzionamento continuo nel gelo nello spazio, mentre noi conviviamo sulla Terra a fatica con computer, tablet e telefonini che vanno spenti e riaccesi perché si piantano continuamente. Perché loro ci riescono e noi no?
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Ho incontrato Alan Stern, il principal investigator della sonda spaziale New Horizons, a giugno del 2019, in occasione del festival di musica e scienza Starmus, tenutosi appunto a Zurigo. Stern era lì per presentare gli straordinari risultati della sua sonda.
[CLIP: AlanStern parla a Starmus]
I dati, appunto, arrivano lentamente perché la sonda sta a oltre cinque miliardi di chilometri e trasmette con una potenza di trenta watt: quella di una lampadina piuttosto fioca, per intenderci. E lui deve trovare il modo di riprogrammare il computer di quella sonda per cercare nuovi corpi celesti da esplorare negli anni che verranno.
Il lavoro di Alan Stern può sembrare lontanissimo, non solo in termini di distanza siderale, dalla nostra vita di tutti i giorni. Lui, come tutti i responsabili dei progetti spaziali, ha bisogno di sistemi informatici ad altissima affidabilità, mentre noi possiamo tranquillamente accettare che ogni tanto il nostro computer si pianti e vada riavviato pigiando un pulsante.
]CLIP: Suono di boot di Windows Vista]
Ma in realtà non è così: anche noi viviamo circondati da apparati informatici che devono assolutamente funzionare. Le nostre automobili contengono computer che ne gestiscono funzioni essenziali come la frenata; gli ascensori sono comandati da sistemi elettronici programmabili; gli aerei di linea volano grazie ai sistemi informatici di bordo. Sarebbe decisamente spiacevole se uno di questi sistemi decidesse che “Il computer ha riscontrato un problema e deve essere riavviato” proprio mentre stiamo effettuando un sorpasso o sorvolando le Alpi. La progettazione di sistemi a prova di crash informatico è insomma una cosa che ci tocca molto da vicino.
Ma non la possiamo avere nei nostri computer, perché troveremmo indigesto il prezzo di questa affidabilità totale. I progettisti di questi sistemi, infatti, devono ricorrere a rinunce drastiche e a rimedi costosi. I loro mantra non sono il numero di megapixel della fotocamera o la risoluzione ultra HD dello schermo o i gigahertz del processore, ma la resilienza e la ridondanza.
Resilienza significa che il software che controlla tutto, ossia il sistema operativo, deve essere in grado di assegnare le giuste priorità ai vari compiti che deve svolgere, e di decidere quali di questi compiti scartare senza pietà se la situazione gliene chiede troppi contemporaneamente. Se il vostro computer si ferma completamente per qualche secondo perché sta scaricando la mail, non muore nessuno; ma se il computer di una sonda spaziale che si sta avvicinando a Marte si blocca per una manciata di secondi nel momento sbagliato perché è occupato a copiare un file o a salvare una foto, rischia di schiantarsi sul pianeta o mancarlo completamente.
Non solo: il software deve essere anche capace di riavviarsi da solo e istantaneamente in caso di problemi, qualunque cosa accada, perché nello spazio non c’è nessuno che possa premere il pulsante di reset e non c’è tempo di aspettare il caricamento dei programmi. I progettisti includono quindi un cosiddetto safe mode: una modalità minima che permette al sistema di ripartire velocemente da capo, a mente fresca, per così dire, e dedicarsi alle attività essenziali ignorando tutto il resto.
Questa non è teoria o eccesso di prudenza: sono realmente accaduti vari episodi in cui questa progettazione astuta ha salvato le missioni spaziali e in alcuni casi anche le vite degli astronauti.
Un caso classico è quello del primo allunaggio, a luglio del 1969: due astronauti, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, stanno scendendo verso la Luna quando il computer che mantiene stabile il loro veicolo va in sovraccarico a tre minuti dall’atterraggio. Sta ricevendo troppe informazioni contemporaneamente, e segnala questo problema ai due uomini con un laconico, semplice codice: 1202.
[CLIP: Armstrong e Aldrin segnalano il 1202]
Senza quel computer i due astronauti sono spacciati, ma i tecnici sulla Terra rispondono via radio di continuare tranquillamente la discesa, ignorando la crisi informatica. È la scelta giusta, perché il software del computer si riavvia istantaneamente, scarta i compiti non strettamente necessari e si concentra sull’unica cosa davvero importante: atterrare. E i due, appunto, atterranno con successo sulla Luna ed entrano nella Storia.
Se non abbiamo tanti pezzettini d’astronauta sparsi sulla Luna è grazie in parte a una donna, Margaret Hamilton. che era direttore e supervisore della programmazione del software della missione Apollo 11, a soli 33 anni. È stata lei a progettare il computer di allunaggio in modo così resiliente, ispirata in parte da un incidente avvenuto durante una simulazione: la sua piccola figlia Lauren, che aveva portato con sé in ufficio, era riuscita a mandare in tilt il computer di bordo semplicemente pigiando dei tasti a caso. Questo chiaramente non doveva essere possibile durante una missione.
Questa resilienza, però, si paga: niente grafica, niente finestre, ma solo lettere e numeri su uno schermo rigorosamente monocromatico. Accettereste un telefonino o un computer così semplificato? Senza Fortnite, senza suonerie personalizzate, senza video e foto per Instagram, senza schermo touch 4K, e con una manciata di bei tasti robusti? Probabilmente no. E quindi niente resilienza per il vostro smartphone.
Però il software del computerino che gestisce la frenata della vostra auto con l’ABS fa a meno di tutte questi abbellimenti e quindi riesce a fare una sola cosa e a farla bene: frenare senza bloccare le ruote. Quel computerino salvavita della vostra auto è resiliente come un veicolo spaziale.
Anche Alan Stern, l’uomo che cerca di vedere una lampadina da cinque miliardi di chilometri di distanza, sa bene quanto sia importante questa resilienza. La sua sonda New Horizons a un certo punto aveva perso il contatto radio con la Terra proprio pochi giorni prima di raggiungere la sua destinazione principale, Plutone, dopo anni di viaggio. Senza quel contatto radio i dati raccolti sarebbero andati persi per sempre. Ma la sonda, che era andata in sovraccarico di compiti da svolgere, si era resa conto della situazione e si era riavviata da sola, andando in safe mode e dando priorità assoluta alle trasmissioni, e così aveva ripreso il contatto con la Terra appena in tempo.
L’altro asso nella manica di questi computer ultra-affidabili è la ridondanza: tutti i componenti principali, dal processore alla memoria ai sensori, sono duplicati o triplicati. Se se ne guasta uno, subentra l’altro: se va in crisi anche quello, entra in azione il terzo, e così via. Ovviamente questo significa dover installare il doppio o il triplo dei componenti, occupando molto più spazio e quasi raddoppiando o triplicando i costi. Una scelta accettabile per un veicolo spaziale, che costa comunque milioni, ma non per un computer o uno smartphone che vogliamo che sia sempre più compatto e leggero e che costi sempre meno. Sarebbe come andare in giro sempre con quattro ruote di scorta: inutile quando c’è un gommista ogni pochi chilometri, ma molto opportuno se c’è da attraversare un deserto roccioso.
Anche questa ridondanza è un trucco che troviamo anche qui sulla Terra, ma solo nei sistemi informatici che proteggono cose essenziali: negli aerei di linea, appunto, per esempio, e nelle automobili dotate di sistemi avanzati di guida assistita. Questi sistemi devono avere tempi di analisi e reazione rapidissimi e devono funzionare sempre, e quindi le loro memorie e i loro processori sono ridondati, ossia duplicati; addirittura in molti casi l’intero computer è installato in due esemplari completi e ce n’è un terzo, differente, che decide cosa fare se gli altri due non concordano.
L’informatica spaziale, come quella terrestre, continua a evolversi, e la sua nuova frontiera è l’intelligenza artificiale: le sonde più recenti non chiedono più l’aiuto a casa, ma trovano da sole il punto giusto dove atterrare grazie a software di bordo che analizzano le immagini delle telecamere di navigazione e riconoscono crateri, massi e altri ostacoli da evitare. Anche questo software deve essere perfettamente affidabile e privo di esitazioni.
Zibi Turtle è un’altra di quelle persone che lo sa bene: è una collega di Alan Stern. Anche lei è coordinatrice di un progetto spaziale molto ambizioso: la prima sonda capace di atterrare e ripartire in volo per esplorare Titano, una delle lune di Saturno, alla ricerca di indizi chimici della vita. Lo farà nel 2036. La sonda, denominata Dragonfly, sarà così lontana, a un miliardo e quattrocento milioni di chilometri, che i suoi segnali ci metteranno ore, alla velocità della luce, ad arrivare al centro di controllo, per cui il suo software dovrà essere in grado di decidere da solo come volare e dove atterrare. Non potrà aspettare comandi dalla Terra.
Via Zoom, Zibi Turtle mi ha spiegato come Dragonfly, che è in sostanza un laboratorio volante simile a un grosso drone a otto eliche, dovrà cavarsela completamente da solo su Titano.
[CLIP: Zibi spiega]
Le sue decisioni saranno guidate dal software di bordo, che dovrà fare riconoscimento delle immagini in tempo reale. Se il software dovesse sbagliare, addio sonda, e quindi anche qui sarà necessario adottare resilienza e ridondanza.
Quello stesso riconoscimento delle immagini che permetterà a questo “ottocottero” di esplorare una luna lontanissima è quello che, in forma più semplice, riconosce i volti quando facciamo le foto con il telefonino, ed è quello che, in forma molto più sofisticata, agisce nelle automobili più moderne, che possono decidere di frenare autonomamente perché hanno riconosciuto la sagoma di un bambino che sta attraversando di corsa la strada senza guardare [CLIP] e hanno attivato il freno ben prima che il conducente avesse il tempo di rendersi conto del pericolo e reagire.
[CLIP: Allarme di collisione]
Alla fine, insomma, gli investimenti spaziali hanno ricadute molto concrete sulla Terra, grazie a persone come Alan Stern, Zibi Turtle, Margaret Hamilton e a tante altre come loro, sparse per il mondo.
Ed è così che le pigiate incoerenti di una bambina sulla tastiera di un computer spaziale mezzo secolo fa hanno creato un intero settore, l’ingegneria del software, che vale circa 400 miliardi di dollari, e ci hanno portato qui, sul nostro fragile pianeta, ad avere voli sempre più sicuri e automobili che frenano ed evitano incidenti, spesso meglio di quanto farebbero i loro conducenti umani. Ma al tempo stesso, la corsa al risparmio ci dà computer che invece s’impallano puntualmente, contando sul fatto che arriverà la nostra semplice, affidabile mano a spegnerli e farli ripartire.
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Plan for business growth with Display & Video 360
At Google Marketing Livestream this spring, we talked about how Google Marketing Platform can help you drive performance while protecting privacy. That’s when we raised the curtain on some Display & Video 360 product announcements designed to help you reach your customers wherever they are — including on connected TV and audio.
Today we’re kicking off a series of articles about Display & Video 360 that cover these new features, as well as upcoming capabilities to support your business recovery and growth. This includes new TV and audio reach forecasting tools and new frequency metrics to help you quickly figure out where your audience is and how to reach them in the most cost-effective way. This series will also introduce new enterprise-level features designed to increase your productivity thanks to automated yet customizable technology. First up is planning.
Get more premium reach with Display & Video 360’s planning tools
Planning is no longer a one-time exercise; it needs to happen on an ongoing basis to keep up with your audience’s rapidly-changing habits. Planning solutions that are tightly connected to your media buying platform can let you more accurately and more quickly assess the potential reach of your plans.
To help media planners adjust to this new way of working, we’re introducing two Display & Video 360 tools that will help you estimate the reach of your campaigns in real-time across any inventory type – including traditional TV, connected TV (CTV) and even audio.
Plan your CTV and audio campaigns alongside your other media buys
Watching CTV and streaming audio are now mainstream behaviors. To help marketers make the most of this extra reach opportunity, we’re adding new signals in Display & Video 360’s reach planning tool so that you can plan the reach of your CTV and audio deals in real time. This will complement existing Display & Video 360 forecasting capabilities which already allow you to estimate the reach of your display and video programmatic deals as well as your CTV open auction buys.
Planners will now be able to more immediately answer questions like, “How much incremental reach could I get by combining a network CTV deal with YouTube reservation and open auction video or audio ads?” They’ll have the option to forecast the reach of their campaign either by picking from their custom list of available CTV and audio deals or by choosing publishers they’re considering adding to their media mix.
Strike the optimal mix of TV and digital media to maximize reach
Planning tools that span across traditional and CTV viewing can help you navigate the shift from linear TV to streaming more effectively. For example, TV in Google Ads Reach Planner lets advertisers like PepsiCo better plan for their reach and frequency goals by allocating optimal budgets across TV and YouTube.
We’re bringing TV planning to Display & Video 360 users in the U.S., France, Germany, Japan and Vietnam. By combining actual historical TV and digital ads data into a single reach curve the tool will show the unduplicated reach of the entire plan across TV, YouTube, broadcast and cable networks on CTV and the rest of your digital campaigns. Display & Video 360 will use data from major single-source panels in each available country or region to understand the TV viewership and how it overlaps with digital media consumption.
We’ll start rolling out this TV planning functionality in beta in the fall. It will be fully self-service and you’ll only need some basic details about your media plan to get started: your core audience demographics, the duration of your campaign and your estimated TV discount so that we can return tailored estimates.
If your budgets are somewhat flexible, we’ll show two curves: one will show the reach you’d get by spending your entire budget on TV and the other will show the optimal reach you’d get by efficiently splitting your budgets across TV and digital. You’ll also be able to set a fixed TV budget and see a single curve showing the extra reach you could get by adding digital channels such as YouTube and CTV ads to the mix.

TV in Display & Video 360 reach planning tool (flexible budget scenario)
The growth of new media types alongside traditional TV has made forecasting reach and ad spend more difficult than ever. With Display & Video 360’s real-time forecasting solutions you’ll be able to approach show premieres seasons this fall with more serenity.
Get ready for the Tokyo 2020 Olympics with Google and YouTube
In a few hours, the best athletes from around the world will come together in Tokyo to compete on the world’s largest stage. While everyone on the ground prepares for the matches and meets, we’re getting ready, too.
We hope technology can help everyone enjoy the Games safely at a distance this year. Here are six ways Google is helping bring you all the action from the Olympic Games Tokyo 2020:
1. Stay up to speed (without breaking a sweat) with Google Search
When you search for the Olympics you’ll be able to find the latest information on your favorite events, sports and players, and even see where your country ranks in the race for gold. If you can’t tune into the Games live, don’t worry — you can watch a daily recap video or check out the top news related to the Olympic Games. For data aficionados, check out our Trends page to see fun Search stats on your favorite sports.
2. Take a timeout with the Doodle Champion Island Games
Join in on the action with our largest-ever interactive Doodle game, created in collaboration with Japanese animation STUDIO 4°C. Click on the Doodle to enter the gameworld, join a team and compete against reigning Champions across skateboarding, rugby, climbing and more — all in retro 16-bit glory. Keep a lookout for dozens of surprises and side quests as you journey through Doodle Champion Island.
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Learn more – and get more – from Search
When you search for information on Google, you’re probably accustomed to seeing a lot of relevant results in a fraction of a second. But maybe you’ve found yourself wondering how Google connected those results to the words you typed, especially if you didn’t get exactly what you were expecting to find.
Now, there’s a quick and easy way to see useful context about how Google returned results for your query, and to find helpful tips to get more out of Google Search. Starting today, when you visit an About This Result panel — the three dots next to most results — you’ll get even more information about your results to help you make sense of the information and figure out which result will be most useful.
Ask a Techspert: What is open source?
When I started working at Google, a colleague mentioned that the group projects I worked on in college sounded a lot like some of the open source projects we do here at Google. I thought there had to be some misunderstanding since my projects all happened in-person with my classmates in the corner of some building in the engineering quad.
To find out how a real life study group could be like a type of computer software, I went straight to Rebecca Stambler, one of Google’s many open source experts.
Explain your job to me like I’m a first-grader.
Well, to start, computer programs have to be written in a language that computers understand — not in English or any other spoken language. At Google we have our own language called Go. When we write in a language to tell a computer what to do, that’s called source code. Just like you can write an essay or a letter in a Google Doc, you have to write your code in an “editor.” I work on making these editors work well for people who write code in Google’s programming language, Go.
What does it mean for software to be open source?
A piece of software is considered open source if its source code is made publicly available to anyone, meaning they can freely copy, modify and redistribute the code. Usually, companies want to keep the source code of their products secret, so people can’t copy and reproduce their products. But sometimes a company shares their code publicly so anyone can contribute. This makes software more accessible and builds a community around a project. Anyone can work on an open source project no matter who they are or where they are.
Anyone can contribute? How do they do it?
Before you actually write open source code, a good first step would be thinking about what you’re interested in, whether that’s web development, systems or front end development. Then you can dive into that community by doing things like attending talks or joining online networks where you can often learn more about what open source projects are out there. Then, think about what topics you’re interested in — maybe it’s the environment, retail, banking or a specific type of web development. Some people write code just because they enjoy it; plenty of these people have contributed to code within Google open source projects. So if you’re looking to contribute, make sure it’s something you’re really interested in.













