A Matter of Impact: August updates from Google.org
Jacquelline’s Corner
It’s back to school season again, and the pandemic continues to affect teachers, families and students — especially those already lacking educational resources. Despite the challenges and unknowns, nonprofits working in education continue to push forward and innovate to support learning. It’s clear that the ability to pivot is a common strength necessary for these times, and as funders and supporters we must ensure organizations have the space to adapt priorities and meet learners where they are.
Over the course of the pandemic, through our Distance Learning Fund, we’ve supported organizations — like INCO and TalkingPoints which you’ll read more about below — that pivoted to provide training and support to teachers learning how to educate remotely, delivered high-quality digital learning opportunities for students, and also created the resources needed to keep learning happening in an equitable way.
In the face of ongoing and overlapping challenges — the pandemic, climate change, racial injustices — I’m continually inspired by the new approaches that our grantees like these, and others, take to help the world’s young learners as they enter another year of education.
In case you missed it
Our hearts go out to all those affected by the crisis in Afghanistan. To help, Google and Googlers are providing more than $4M in support to organizations on the front lines aiding those who are particularly impacted — women, refugees and journalists.
Hear from one of our grantees: INCO
Hei-Yue Pang is the APAC Lead at INCO, a global organization working to build a more inclusive and sustainable economy through forward-looking education and support to entrepreneurs.
With millions of children across the world kept out of school due to the COVID-19 pandemic, INCO launched the INCO Education Accelerator in April 2020 — with the support of a $2.5M grant from Google.org and our Distance Learning Fund. The accelerator supports education nonprofits across Europe and Asia and creates equitable access to education for children, especially those from under-resourced families. With technical assistance from distance learning experts and Google volunteers, the nonprofits multiplied their impact and collectively provided uninterrupted access to education for over 360,000 students — nearly 28 times more students than before their accelerator program.
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La bufala dell’app che toglie gli sticker che coprono le foto dei bambini sui social network
Per ora mi sembra che questo falso allarme circoli soltanto in inglese, soprattutto su Facebook e Twitter, da quel che ho visto, ma mi aspetto che sbarchi anche in italiano, per cui faccio un prebunking: non esiste nessuna app che tolga gli sticker usati per mascherare le immagini dei bambini nelle foto pubblicate sui social network.
L’allarme che gira sostiene invece che questa app esista. A volte viene indicata con il nome Snapseed. Il testo più ricorrente del messaggio è questo:
“So apparently there’s apps that can remove stickers from Facebook pictures…
I’ve had a google and I have found it to be true..
After a bit of digging I found that the only way to censor your images it actually rub it out with the eraser tool..
adding stickers adds layers to the image that can be removed quite easily with the right apps or software..
Please be cautious when posting pictures of your babies when censored with Facebook stickers xx
Admin”
In sintesi, chi condivide questo appello afferma che l’unico modo per censurare realmente le immagini su Facebook consisterebbe nell’usare lo strumento “gomma”, perché aggiungere un adesivo (sticker) non farebbe altro che aggiungere all’immagine un layer (uno strato) che sarebbe poi facilmente rimovibile con le app giuste.
Ma le immagini pubblicate sui social network non hanno layer. Al momento della pubblicazione vengono convertite, solitamente in formato JPG, che è privo di layer, e quindi non hanno dei dettagli “coperti” che possono essere scoperti. Pertanto l’allarme è sbagliato.
Chi diffonde questo avviso fa confusione con i formati grafici come il PSD di Photoshop, i documenti PDF o i file TIFF, che in effetti hanno i layer e come tali possono essere “smontate” per togliere le pecette di copertura. Ma nei social network questi formati non vengono usati (a meno che non si condivida intenzionalmente un file multilayer di Photoshop come allegato).
Insomma, nell’uso normale dei social network uno sticker è permanente e non si può rimuovere, per cui si può stare tranquilli.
È vero che esistono alcune app che sembrano capaci di rimuovere alcuni dettagli dalle foto, ma lo fanno “clonando” dettagli dalle zone circostanti dell’immagine: non possono ricostruire, per esempio, il volto di un bambino coperto da uno sticker.
Fonti: ThatsNonsense, Snopes, Giornalettismo.
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A cosa servono gli occhiali smart di Facebook e Ray-Ban?
Collaborating with the UN to accelerate crisis response
In remarks to the UN’s High-Level Humanitarian Event on Anticipatory Action, Google SVP for Global Affairs, Kent Walker, discusses collaboration to accelerate crisis preparedness and predict crises before they happen. Read the full remarks below.
Mr. Secretary General, your excellencies, ladies and gentlemen – it’s an honor to join you as we come together to discuss these critical humanitarian issues.
As you know, technology is already raising living standards around the world—leveraging science to double life spans over the last 100 years, helping a billion people emerge from poverty in the last 30 years alone. And innovation will help drive environmental sustainability, raise living standards, improve healthcare, and enhance crisis response.
But addressing global needs in a meaningful way requires strong collaborations between technologists, governments, humanitarian organizations, and those most directly affected.
That’s why we are pleased to announce a $1.5 million commitment to OCHA’s Center for Humanitarian Data. Over the next two years, Google.org will support the Center in scaling up the use of forecasts and predictive models to anticipate humanitarian crises and trigger the release of funds before conditions escalate.
From the earliest days of efforts like Hans Rosling’s GapMinder, it’s been a dream that rather than waiting for a crisis to occur, data and technology could help predict events like droughts or food shortages weeks ahead of time, allowing agencies to provide alerts and deliver supplies to avert the crisis. That technology exists now, today—and we need to put it to work.
With the signs of climate change all around us, it’s essential that we improve our collective preparedness, and protect our most vulnerable populations.
Google is honored to support the critical work led by OCHA and the Center for Humanitarian Data, and we’re committed to combining funding, innovation, and technical expertise to support underserved communities and expand opportunity for everyone.
We hope others will join us in the important work of getting ahead of crises before they happen.
Thank you.
Pesa di più una chiavetta USB piena di dati o una vuota?
Sembra una domanda trabocchetto, ma in realtà c’è un fondo di realtà: una chiavetta USB varia di peso a seconda di quanti dati contiene. Come è possibile?
Secondo BBC Science Focus, una chiavetta USB che usa memoria Flash pesa di più quando è vuota.
I dati vengono infatti registrati nei transistor della memoria sotto forma di valori 0 e 1 nel sistema binario, e ogni transistor contiene uno di questi due valori.
Quando il transistor contiene uno 0 binario, il suo floating gate (porta flottante) viene caricato aggiungendogli degli elettroni. Quando invece il transistor contiene un valore 1 binario, vengono tolti gli elettroni.
Di conseguenza, una chiavetta USB vuota (che quindi contiene principalmente zeri, e perciò è carica con tanti elettroni) pesa di più di una chiavetta piena di dati (che contiene un miscuglio di 0 e 1 e quindi meno elettroni di quella vuota).
Tuttavia, spiega l’informatico Peter Bentley che scrive su Science Focus, la massa di un elettrone è 0,00000000000000000000000000091 grammi, per cui la differenza di peso fra chiavetta piena e vuota è impercettibile. Anzi, neppure tutte le chiavette USB del mondo messe insieme permetterebbero di rilevare facilmente la differenza.
Fisici e informatici, che ne pensate? I conti sono giusti?
Arrivano gli occhiali “smart” di Facebook. Ma non chiamateli così. Anzi, non nominate Facebook
Formalmente si chiamano Ray-Ban Stories, ma sono gli occhiali “smart” di Facebook. Sono stati presentati oggi (9 settembre) e ne parlano un po’ tutti, per cui la faccio breve: non sono occhiali a realtà aumentata. Non mostrano immagini sulle lenti.
Sono semplicemente degli occhiali che hanno due fotocamere, altoparlanti, tre microfoni e una batteria che dura circa sei ore e si collegano senza fili allo smartphone. Fanno foto e video (massimo 30 secondi) e possono riprodurre musica o l’audio di una telefonata. Costano circa 330 euro.
Tecnologicamente sono un capolavoro di miniaturizzazione, visto che hanno l’aspetto di normali occhiali con frontale e astine leggermente spesse (sono molto più eleganti e discreti dei primi Spectacles di SnapChat di cinque anni fa), ma la domanda che viene spontanea a molti è se il loro aspetto così normale non li renda un nuovo modo per fare i ficcanaso.
In fin dei conti, se oggi una persona vuole fotografare qualcuno deve prendere in mano il telefonino (o la fotocamera, per chi ancora la usa) e puntarla verso il soggetto, con un gesto abbastanza vistoso. Se la fotocamera è integrata negli occhiali, fare una foto o un video di nascosto diventa molto più facile.
Facebook dice di aver pensato a questo problema limitando la durata dei video e obbligando gli utenti a fare un gesto piuttosto visibile anche per azionare gli occhiali: per scattare una foto o registrare un video bisogna infatti toccare una delle astine o dare un comando vocale. Inoltre sul frontale ci sono due piccoli LED bianchi che si accendono durante le riprese. Infine le foto e i video non vengono pubblicati direttamente su Facebook: restano sul dispositivo e spetta all’utente decidere se pubblicarli o no.
Tuttavia questi LED sono poco visibili e facilissimi da coprire, e lo stesso vale per le due telecamerine, per cui è facile non accorgersi che qualcuno vicino a noi ha due fotocamere sulla faccia. Buzzfeed nota che secondo Facebook coprire i LED è una violazione delle condizioni d’uso (sì, viviamo in un’epoca in cui gli occhiali hanno un regolamento di utilizzo). Questo sicuramente impedirà a chiunque di coprire le due lucette.
È presto per dire se avranno successo come gadget realmente utile o se verranno bocciati come accessori per molestatori: notate che Facebook, che già ha i suoi problemi con la privacy e le molestie, ha preso le distanze dal prodotto già nel nome. In effetti ci sono delle situazioni nelle quali può essere utile poter rispondere a una telefonata o scattare una foto immediatamente senza frugare nella borsa per trovare il telefonino e senza perdere l’attimo fuggente.
Resta anche la questione della legalità di portare occhiali con telecamera e microfono in ambienti privati, per esempio a scuola o in altri luoghi nei quali normalmente c’è il divieto di portare dispositivi di ripresa, e della difficoltà dei controlli per evitare violazioni e abusi.
Staremo a vedere, e soprattutto impareremo a guardare chi ci sta vicino non solo negli occhi, ma anche negli occhiali.
Fonti aggiuntive: Punto Informatico, BBC, ANSA, Facebook.
Allora, i messaggi di WhatsApp sono cifrati e privati o no? Panico da ProPublica
Una recente indagine di ProPublica ha scatenato un putiferio di preoccupazioni sulla effettiva riservatezza dei messaggi di WhatsApp.
“WhatsApp legge i messaggi delle chat”, ha titolato ANSA. Un titolo che fa sembrare che WhatsApp legga, o possa leggere, tutti i messaggi che circolano sulla sua piattaforma. Ma non è così, e l’indagine di ProPublica non dice nulla del genere.
Cominciamo dai concetti di base. Le comunicazioni effettuate tramite WhatsApp sono cifrate con crittografia end-to-end. Questo vuol dire che sono cifrate da un capo all’altro della conversazione, ossia da quando escono dal dispositivo del mittente fino a quando arrivano sul dispositivo del destinatario. Di conseguenza, i contenuti di queste comunicazioni non sono intercettabili in transito, né da Facebook, proprietaria di WhatsApp dal 2014, né dalle forze dell’ordine.
Questo fa pensare a molti utenti che le comunicazioni fatte con WhatsApp siano assolutamente private, ma è sbagliato. Infatti l’indagine di ProPublica spiega che WhatsApp ha circa un migliaio di “moderatori” incaricati di valutare i messaggi che violano le regole di WhatsApp.
Ma qui sta l’equivoco: parecchi media hanno frainteso, pensando che l’esistenza dei moderatori implichi che queste persone possano leggere tutti i messaggi. Non è così: i moderatori possono leggere soltanto i messaggi che vengono segnalati dagli utenti.
Infatti se segnalate un messaggio, un gruppo o qualcuno su WhatsApp, “WhatsApp riceve i messaggi più recenti che ti sono stati inviati da un contatto o un gruppo segnalati, nonché informazioni sulle tue recenti interazioni con l’utente segnalato”. È scritto chiaro e tondo nelle pagine informative di WhatsApp. Secondo Ars Technica, WhatsApp riceve specificamente gli ultimi quattro messaggi precedenti nel thread oltre al messaggio segnalato.
WhatsApp riceve questi messaggi più recenti senza crittografia: è come se faceste uno screenshot ai messaggi in questione e lo mandaste a WhatsApp. Deve poterli leggere, altrimenti non li può valutare.
In altre parole, su questo punto ProPublica ha scoperto l’acqua calda. Il fatto che i moderatori di WhatsApp possano leggere i messaggi segnalati (e solo quelli) è noto e documentato da tempo.
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C’è però anche un altro modo in cui i messaggi di WhatsApp non sono privati, e stavolta riguarda tutti i messaggi ed è stato ribadito correttamente da ProPublica. Facebook non può leggere i contenuti dei messaggi, ma può attingere ai loro metadati, ossia a tutte le informazioni di contorno di qualunque comunicazione effettuata tramite WhatsApp: chi ha parlato con chi, a che ora, per quanto tempo, se si sono scambiati foto o video, in quale gruppo è avvenuta la comunicazione, chi sono i partecipanti al gruppo, eccetera. Questo è sufficiente per la maggior parte delle indagini delle forze di polizia, come nota Ars Technica citando vari procedimenti legali negli Stati Uniti e in Brasile.
Per esempio, bastano i metadati per dimostrare che avete comunicato via WhatsApp con una persona sospettata di reato: spetterà poi a voi spiegare come mai avete comunicato e di cosa avete parlato. E a quel punto il vostro telefonino potrà probabilmente essere esaminato dagli inquirenti, che ne estrarranno tutte le conversazioni di WhatsApp (e non solo) con programmi come UFED o Oxygen.
In sintesi: se volete davvero comunicare in modo assolutamente privato, non usate WhatsApp, Telegram o qualunque altra applicazione di messaggistica commerciale. Threema, Signal e Wickr danno qualche garanzia in più, ma la sicurezza e la privacy sono un processo, non un prodotto. È inutile avere app ultraprotette se poi lasciate in giro tracce di altro genere.














