The creative and transformational possibilities of AI
Il ROBOT aspirapolvere che acquistano tutti su Amazon, oggi CROLLA di prezzo
Logitech MX Keys, la mitica tastiera wireless illuminata precipita di prezzo su Amazon (78€)
Xiaomi Redmi Buds 3 Lite: auricolari con stile a un prezzo SANGUINOSO (18€)
iPhone 14, colpo di SOLE su eBay: il gioiellino Apple svenduto con 200€ di sconto
AirTag, la confezione da 4 pezzi costa 30€ in meno su Amazon: fai scorta
SVUOTA MAGAZZINO Amazon: 10 BOMBE tech che ti costano meno di 1€
Come agisce NoName, il gruppo filorusso che ha attaccato la Svizzera? Male
Nei giorni scorsi un gruppo di aggressori informatici filorussi che si fa
chiamare NoName ha attirato su di sé parecchia attenzione mediatica
rivendicando pubblicamente attacchi contro numerosi siti istituzionali e
aziendali svizzeri, come RUAG, la rete di trasporto che copre il cantone di Zurigo e le aree adiacenti, Svizzera Turismo, SwissID
(RSI), il sito della Città di Bellinzona, i siti del Canton Basilea Città, della
città di Zurigo, di San Gallo (RSI;
La Regione), dell’aeroporto di Ginevra (Swissinfo) e anche il sito del Parlamento svizzero, Parlament.ch (Swissinfo).
Così mi sono iscritto al loro canale su Telegram e ho monitorato un po’ le
loro attività. Il quadro tecnico che ne risulta è piuttosto dilettantesco, con
alcuni scivoloni che permettono di capire meglio il modo di operare di questo
gruppo.
Prima di tutto, chiarisco che non c’è nulla di speciale nel mio monitoraggio:
il canale Telegram di NoName è pubblico e quindi facilmente consultabile da
chiunque, sia in russo sia in inglese. Anche la tecnica di attacco usata da
NoName non è particolarmente sofisticata: è un classico
distributed denial of service o DDOS, cioè una interdizione di
un sito effettuata sommergendolo di centinaia di migliaia di richieste di
accesso fasulle, provenienti da computer o altri dispositivi gestiti o
coordinati dagli aggressori.
Questo tipo di attacco non comporta nessuna violazione dell’integrità del sito. Semplicemente, il sito diventa temporaneamente
irraggiungibile per gli utenti legittimi, e questo può causare disagi se si
tratta di un sito di commercio o di servizio al pubblico, ma a parte questo il
sito resta integro e inviolato.
Per fare un paragone, immaginate mille persone che si accalcano davanti alla
porta d’ingresso di una banca e impediscono ai clienti di entrare e fare
operazioni agli sportelli: la banca in sé rimane sicura e non viene
danneggiato o rubato nulla. Una volta che la folla si è stufata di accalcarsi
e se ne va, tutto torna come prima.
Questo non vuol dire che attacchi di questo tipo siano innocui o trascurabili:
un’interruzione di un servizio comporta costi e problemi concreti. Nel 2010,
per esempio, il sito di Postfinance fu bloccato da un attacco DDOS lanciato
per protestare contro la chiusura delle donazioni al sito Wikileaks e del
conto di Julian Assange in Svizzera (CdT), rendendo difficili se non impossibili le transazioni con i numerosi
servizi online di Postfinance. Nel 2013 un altro DDOS importante
colpì
la Svizzera, cercando di sfruttarne l’infrastruttura Internet per amplificare
un’interdizione rivolta però a siti statunitensi [ma
Switch.ch respinse rapidamente il
tentativo]
Questi attacchi, fra l’altro, non coinvolgono soltanto computer, che spesso
appartengono a utenti ignari che si sono fatti infettare da un malware che
visita a ripetizione il sito-bersaglio; già da qualche anno vengono sfruttati
anche altri tipi di dispositivi connessi, comprese persino le
telecamere
di sorveglianza, perché sono più facili da infettare e spesso meno protette rispetto ai
computer. È quindi importante evitare di diventare aiutanti involontari di
queste aggressioni, come può capitare a chi lascia le password predefinite nei
propri dispositivi e non li aggiorna.
Chiarito tutto questo, veniamo a NoName: il canale Telegram di questo gruppo
annuncia trionfalmente di aver “ucciso” vari siti svizzeri (usando proprio la
parola inglese killed), ma si tratta solo di attacchi DDOS. Passato
l’attacco, il sito resta intatto e torna accessibile come prima. E la rassegna
eterogenea dei siti presi di mira suggerisce un approccio molto a casaccio di
NoName: la loro idea di trionfo è, per esempio,
interdire
momentaneamente il sito della
società di navigazione del lago di Lucerna
o il sito del
centro per la sicurezza stradale di Obvaldo e Nidvaldo, per poi passare ad altri siti in Danimarca, Svezia, Polonia, Belgio, Regno
Unito, Grecia e Canada, con una predilezione solo momentanea per i siti svizzeri. Sono tutti attacchi di breve durata e non sostenibili: dopo qualche ora NoName passa ai bersagli successivi, liberando l’accesso a quelli attaccati prima.
Dai loro annunci, inoltre, emerge un indicatore tecnico piuttosto utile: in
varie occasioni NoName nota che i siti si sono difesi bloccando l’accesso da
parte di dispositivi che hanno un indirizzo IP estero.
Questo sembra indicare che NoName non abbia sotto il proprio controllo un numero significativo di dispositivi in nessuno dei paesi presi di mira, e che quindi gli amministratori dei siti possano difendersi abbastanza facilmente bloccando appunto le richieste di consultazione che arrivano dall’estero e specificamente dalla Russia. Ci sono ovviamente anche strategie di difesa più sofisticate, ma il fatto che NoName sia seriamente ostacolata da una misura così semplice la dice lunga sulla scarsità delle sue risorse.
Anche il numero di annunci di siti attaccati ogni giorno, ossia normalmente non più di una decina, permette di valutare le effettive capacità di NoName:
- 10 giugno: 8
- 11 giugno: 9
- 12 giugno: 7
- 13 giugno: 12
- 14 giugno: 9
- 15 giugno: 9
- 16 giugno: 8
- 17 giugno: 10
- 18 giugno: 10
- 19 giugno: 7
- 20 giugno: 8
Si tratta insomma di attacchi che fanno notizia, perché toccano obiettivi ben visibili al grande pubblico, ma la loro sostanza tecnica è davvero modesta e banale in confronto a quella degli attacchi effettuati da bande criminali specializzate. La speranza è che l’attenzione attirata sul problema della sicurezza informatica da queste scorribande superficiali serva a incoraggiare tutti gli utenti ad agire concretamente.
Questa non è una cyberguerra combattuta su qualche fronte immaginario e lontano, da geni dell’informatica: è un conflitto digitale che sfrutta i nostri dispositivi elettronici a casa e in ufficio, e quindi ciascuno di noi può avere un ruolo attivo nella difesa. A volte possono bastare piccole cose, come un cambio di password per la telecamera di sorveglianza o l’aggiornamento puntuale del software, per evitare di diventare complici involontari.
No, ChatGPT non genera chiavi di attivazione di Windows
Molti siti hanno pubblicato la notizia che esiste un modo astuto per chiedere a ChatGPT di generare le chiavi di attivazione di Microsoft Windows 10 e 11 (BoingBoing; DigitalTrends; @immasiddtweets). Non è vero: non sono chiavi generate, ma chiavi di installazione e attivazione temporanea, pubblicate da Microsoft e lette da ChatGPT durante il suo addestramento.
Come spiega bene Bufale.net, con queste chiavi “puoi installare sì Windows, ma non usarlo: Windows risulterà limitato nelle funzioni e con messaggi a ricordarti l’obbligo di comprare delle chiavi funzionanti.”
AirPods 3 con lo sconto del 14% su Amazon sono da prendere prima di subito
Minecraft, occhio alle mod infette per Windows e Linux
Se giocate a Minecraft su computer Windows o Linux e siete appassionati di modding, ossia dell’aggiunta o modifica di funzioni, oggetti, ambienti e altro ancora al gioco di base, vi conviene fare più attenzione del solito a cosa scaricate e da dove lo scaricate.
Ai primi di giugno, infatti, due fra le più importanti piattaforme di distribuzione di queste modifiche, o mod, sono state attaccate, violando vari account, e molte mod e molti plugin per Minecraft disponibili tramite queste piattaforme sono stati infettati e distribuiti agli utenti.
Il risultato è che chi ha scaricato modpack molto popolari, come Better Minecraft, che ha oltre quattro milioni e mezzo di download, può trovarsi con il computer infetto da un malware che ruba le credenziali di accesso salvate nei browser e quelle degli account Minecraft, Microsoft e Discord e si insedia permanentemente sul computer, aggiornandosi man mano.
Le piattaforme di modding prese di mira sono CurseForge e Bukkit, e l’elenco di mod e modpack infettate è piuttosto lungo (lo trovate per esempio su BleepingComputer.com) e non si sa se sia completo.
Per evitare panico inutile, soprattutto fra i giocatori più giovani e i loro genitori, è importante sottolineare che il problema riguarda esclusivamente chi ha installato modifiche a Minecraft e usa computer Windows o Linux. Chi gioca semplicemente a Minecraft di base e usa altri dispositivi non basati su Windows o Linux non è coinvolto in questo problema.
Ma per chi ama il modding e usa questi sistemi operativi il danno è molto serio, anche in termini di fiducia. Gli aggressori informatici hanno infatti preso di mira siti attendibili, come appunto CurseForge e Bukkit, e li hanno indotti a distribuire il loro malware, denominato Fractureiser. Per prima cosa hanno preso il controllo di alcuni account su queste piattaforme e hanno inserito del codice ostile nei plugin e nelle mod offerte da questi account. Poi questi software modificati e infetti sono stati adottati automaticamente da vari modpack molto popolari e quindi sono stati distribuiti automaticamente agli utenti fino al momento in cui sono intervenuti i gestori di queste piattaforme e hanno ripulito i propri sistemi.
Chi ha scaricato ed eseguito una di queste mod infette, distribuite nelle ultime tre settimane, ha probabilmente infettato il proprio computer. Fortunatamente ci sono degli script di scansione per Windows e per Linux che rilevano i sintomi di un’infezione; in alternativa è possibile controllare manualmente se il Registro di Windows è stato alterato o se ci sono altri file ostili sul computer.
I principali antivirus si stanno già aggiornando per rilevare questi sintomi, per cui se avete dubbi conviene aspettare qualche ora e poi aggiornare il vostro antivirus e rifare una scansione completa.
Se purtroppo avete il computer infetto, è consigliabile reinstallare il sistema operativo e cambiare tutte le proprie password, partendo subito da quelle dei servizi più interessanti per i criminali, ossia quelle che proteggono criptovalute, caselle di mail e conti correnti.
Maggiori dettagli tecnici sul malware Fractureiser e sulla tecnica di attacco dei criminali informatici sono sul già citato BleepingComputer, su Tripwire, CurseForge, Hackmd.io, Prismlauncher.org e Github. Una delle piattaforme colpite, CurseForge, ha inoltre pubblicato una descrizione approfondita delle varie fasi di questo attacco mirato e sofisticato e delle misure di protezione adottate.
Questo attacco è particolarmente interessante perché sovverte uno dei consigli di sicurezza più frequenti, ossia quello di scaricare solo software da siti attendibili, e lo usa per abbassare le difese degli utenti perché sfrutta proprio questi siti di cui l’utente si fida. Qui le vittime non sono giocatori incauti che hanno scaricato software da siti sconosciuti e senza garanzie; sono persone che si sono rivolte a piattaforme universalmente considerate sicure.
Inoltre l’attacco prende di mira una categoria di utenti che è solitamente meno attenta di altre alla sicurezza informatica, cioè i gamer giovani e giovanissimi, che probabilmente non si aspettano di essere attaccati, specialmente da qualcosa che scaricano da un sito di ottima reputazione. Sui loro computer spesso ci sono informazioni e password non solo loro, ma anche di altri membri della famiglia, che valgono soldi per i criminali.
Ancora una volta, insomma, la sicurezza informatica si conferma un problema che tocca tutti. Nessuno può permettersi il lusso di dire “ma chi vuoi che se la prenda con me, io non ho niente che interessi ai ladri”. È proprio su questo modo di pensare che contano quei ladri.
VPN illimitata con 1 TB in cloud: ora bastano 5,99 euro al mese
NordVPN, con il piano Completo, garantisce una VPN illimitata, un password manager e 1 TB in cloud con una spesa di appena 5,99 euro al mese, ecco l’offerta.
Leggi VPN illimitata con 1 TB in cloud: ora bastano 5,99 euro al mese













