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Podcast RSI – Arte avvelenata contro l’intelligenza artificiale
ALLERTA SPOILER: Questo è il testo di accompagnamento al podcast
Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera che uscirà questo
venerdì presso
www.rsi.ch/ildisinformatico.
Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes,
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.
—
[CLIP: La scena del libro avvelenato da “Il Nome della Rosa”]
Le intelligenze artificiali generative, quelle alle quali si può chiedere di
generare un’immagine imitando lo stile di qualunque artista famoso, sono
odiatissime dagli artisti, che già da tempo le accusano di rubare le loro
opere per imparare a imitarle, rovinando il mercato e sommergendo le opere
autentiche in un mare di imitazioni mediocri. La stessa cosa sta succedendo
adesso anche con i film: software come il recentissimo Dream Machine creano
video sfacciatamente ispirati, per non dire copiati, dai film d’animazione
della Pixar.
Le società che operano nel settore dell’intelligenza artificiale stanno facendo soldi a
palate, ma agli artisti di cui imitano il lavoro non arriva alcun compenso.
Pubblicare una foto, un’illustrazione o un video su un sito o sui social
network, come è normale fare per farsi conoscere, significa quasi sempre che
quell’opera verrà acquisita da queste società. E questo vale, oltre che per le
immagini di fotografi e illustratori, anche per le nostre foto comuni.
Ma ci sono modi per dire di no a tutto questo. Se siete artisti e volete
sapere come impedire o almeno limitare l’abuso delle vostre opere, o se siete
semplicemente persone che vogliono evitare che le aziende usino le foto che
avete scattato per esempio ai vostri figli, potete opporvi almeno in parte a
questo trattamento. E nei casi peggiori potete addirittura mettere del veleno
digitale nelle vostre immagini, così le intelligenze artificiali che le
sfoglieranno ne verranno danneggiate e non le potranno usare, un po’ come nel
romanzo e nel film Il nome della rosa
di cui avete sentito uno spezzone in apertura.
Vi interessa sapere come si fa? Ve lo racconto in questa puntata del
Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato
alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Questa è la puntata del 21
giugno 2024. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Reclutati a forza
I generatori di immagini basati sull’intelligenza artificiale sono diventati
estremamente potenti e realistici nel giro di pochissimo tempo. Il problema è
che questi generatori sono stati creati, o più precisamente addestrati, usando
le immagini di moltissimi artisti, senza il loro consenso e senza riconoscere loro alcun compenso.
Ogni intelligenza artificiale, infatti, ha bisogno di acquisire enormi
quantità di dati. Una IA concepita per generare testi deve leggere miliardi di
pagine di testo; una IA pensata per generare immagini deve “guardare”, per
così dire, milioni di immagini, e così via. Il problema è che questi dati
spesso sono presi da Internet in maniera indiscriminata, senza chiedere
permessi e senza dare compensi.
Gli artisti dell’immagine, per esempio grafici, illustratori, fotografi e
creatori di video, normalmente pubblicano le proprie opere su Internet,
specialmente nei social network, per farsi conoscere, e quindi anche i loro
lavori vengono acquisiti dalle intelligenze artificiali.
Il risultato di questa pesca a strascico è che oggi è possibile chiedere a un
generatore di immagini di creare una foto sintetica o un’illustrazione nello
stile di qualunque artista, per esempio un uomo in bicicletta nello stile di
Gustav Klimt, di Raffaello, di Andy Warhol o dei mosaicisti bizantini, e si
ottiene in una manciata di secondi un’immagine che scimmiotta il modo di
disegnare o dipingere o creare mosaici o fare fotografie di quegli artisti. In alcuni casi si può addirittura
inviare a questi generatori un’immagine autentica creata da uno specifico
artista e chiedere di generarne una versione modificata. E lo si può fare
anche per gli artisti ancora in vita, che non sono per nulla contenti di
vedere che un software può sfornare in pochi istanti migliaia di immagini che
scopiazzano le loro fatiche.
Sono imitazioni spesso grossolane, che non ingannerebbero mai una persona
esperta ma che sono più che passabili per molti utenti comuni, che quindi
finiscono per non comperare gli originali. Per gli artisti diventa insomma più
difficile guadagnarsi da vivere con la propria arte, e quello che è peggio è
che i loro mancati ricavi diventano profitti per aziende stramiliardarie.
Inoltre pochi giorni fa è stato presentato il software Dream Machine, che
permette di generare brevi spezzoni di video partendo da una semplice
descrizione testuale, come fa già Sora di OpenAI, con la differenza che Sora è riservato agli addetti ai lavori, mentre Dream Machine è pubblicamente disponibile. Gli esperti hanno notato ben presto che nei video
dimostrativi di Dream Machine non c’è solo un chiaro riferimento allo stile
dei cartoni animati della Pixar: c’è proprio Mike Wazowski di Monsters &
Co, copiato di peso.
Sarà interessante vedere come la prenderà la Disney, che detiene i diritti di
questi personaggi e non è mai stata particolarmente tenera con chi viola il
suo copyright.
Il problema delle immagini acquisite senza consenso dalle intelligenze
artificiali riguarda anche le persone comuni che si limitano a fare foto di se
stessi o dei propri figli. L’associazione Human Rights Watch, ai primi di
giugno, ha segnalato che negli archivi di immagini usati per addestrare le intelligenze artificiali più famose si trovano foto di bambini reali, tratte dai social network, con
tanto di nomi e cognomi che li identificano. Questi volti possono quindi
riemergere nelle foto sintetiche illegali di abusi su minori, per esempio.
Il problema, insomma, è serio e tocca tutti. Vediamo quali sono le soluzioni.
Fermate il mondo, voglio scendere
Togliere tutte le proprie immagini da Internet, o non pubblicarle affatto
online, è sicuramente una soluzione drasticamente efficace, in linea di
principio, ma in concreto è una strada impraticabile per la maggior parte
delle persone e soprattutto per gli artisti e i fotografi, per i quali
Internet è da sempre la vetrina che permette loro di farsi conoscere e di
trovare chi apprezza le loro creazioni. E comunque ci sarà sempre qualcuno che
le pubblicherà online, quelle immagini, per esempio nelle versioni digitali delle riviste o dei
cataloghi delle mostre.
Un altro approccio che viene facilmente in mente è il cosiddetto
watermarking: la sovrapposizione di diciture semitrasparenti che
mascherano in parte l’immagine ma la lasciano comunque visibile, come fanno le
grandi aziende di immagini stock, per esempio Getty Images, Shutterstock o
Adobe. Ma le intelligenze artificiali attuali sono in grado di ignorare queste
diciture, per cui questa tecnica è un deterrente contro la pubblicazione non
autorizzata ma non contro l’uso delle immagini per l’addestramento delle IA.
Va un po’ meglio se si usa il cosiddetto opt-out: l’artista manda un
esemplare della propria foto o illustrazione ai grandi gestori di intelligenze
artificiali e chiede formalmente che quell’immagine sia esclusa d’ora in poi
dall’addestramento o training dei loro prodotti. Lo si può fare per
esempio per DALL-E 3 di
OpenAI,
che viene usato anche dai generatori di immagini di Microsoft, oppure per
Midjourney e Stability AI, mandando una mail agli
appositi indirizzi. Lo si può fare anche per le intelligenze artificiali gestite da Meta, ma con molte
limitazioni e complicazioni. Trovate comunque tutti i link a queste risorse su Disinformatico.info.
Il problema di questa tecnica di opt-out è che è tediosissima: in molti casi richiede
infatti che venga inviato a ogni gestore di generatori di immagini un
esemplare di ogni singola illustrazione o foto da escludere, e quell’esemplare
va descritto in dettaglio. Se un artista ha centinaia o migliaia di opere,
come capita spesso, segnalarle una per una è semplicemente impensabile, ma è
forse fattibile invocare questa esclusione almeno per le immagini più
rappresentative o significative dello stile di un artista o di un fotografo.
C’è anche un’altra strada percorribile: pubblicare le proprie immagini
soltanto sul proprio sito personale o aziendale, e inserire nel sito del
codice che dica a OpenAI e agli altri gestori di intelligenze artificiali di
non sfogliare le pagine del sito e quindi di non acquisire le immagini
presenti in quelle pagine.
In gergo tecnico, si inserisce nel file
robots.txt del proprio sito una riga di testo che vieta l’accesso al
crawler di OpenAI e compagni. Anche in questo caso, le istruzioni per OpenAI e per altre società sono disponibili su Disinformatico.info [le istruzioni per OpenAI sono
qui; quelle per altre
società sono
qui].
Si può anche tentare la cosiddetta segmentazione: in pratica, le
immagini non vengono pubblicate intatte, ma vengono suddivise in porzioni
visualizzate una accanto all’altra, un po’ come le tessere di un mosaico, per
cui le intelligenze artificiali non riescono a “vedere”, per così dire,
l’immagine completa, mentre una persona la vede perfettamente. Uno dei siti che offrono questo approccio è
Kin.art.
Tutti questi metodi funzionano abbastanza bene: non sono rimedi assoluti, ma
perlomeno aiutano a contenere il danno escludendo le principali piattaforme di
generazione di immagini. Tuttavia sono molto onerosi, e ci sarà sempre qualche
start-up senza scrupoli che ignorerà le richieste di esclusione o troverà
qualche modo di eludere questi ostacoli. Sarebbe bello se ci fosse un modo per
rendere le proprie immagini inutilizzabili dalle intelligenze artificiali in
generale, a prescindere da dove sono pubblicate.
Quel modo c’è, ed è piuttosto drastico: consiste nell’iniettare veleno
digitale nelle proprie creazioni.
Veleno digitale: IA contro IA
Parlare di veleno non è un’esagerazione: il termine tecnico per questo metodo
è infatti
data poisoning, che si traduce con “avvelenamento dei dati”. In pratica consiste
nell’alterare i dati usati per l’addestramento di un’intelligenza artificiale
in modo che le sue elaborazioni diano risultati errati o completamente inattendibili.
Nel caso specifico della protezione delle proprie immagini, il
data poisoning consiste nel modificare queste immagini in modo che
contengano alterazioni che non sono visibili a occhio nudo ma che confondono o
bloccano completamente il processo di addestramento di un’intelligenza
artificiale. Semplificando, l’intelligenza artificiale acquisisce una foto del
vostro gatto, ma grazie a queste alterazioni la interpreta come se fosse la
foto di un cane, di una giraffa o di una betoniera, anche se all’occhio umano
si tratta chiaramente della foto di un bellissimo gatto.
Ci sono programmi appositi per alterare le immagini in questo modo:
Glaze e
Nightshade,
per esempio, sono gratuiti e disponibili per Windows e macOS. Richiedono
parecchia potenza di calcolo e svariati minuti di elaborazione per ciascuna
immagine, ma è possibile dare loro un elenco di immagini e farle elaborare
tutte automaticamente. Non sono infallibili, e alcune aziende di intelligenza
artificiale adottano già tecniche di difesa contro queste alterazioni. Ma
nella maggior parte dei casi queste tecniche consistono semplicemente
nell’ignorare qualunque immagine che contenga indicatori di queste
alterazioni, per cui se il vostro scopo è semplicemente evitare che le vostre
immagini vengano incluse nell’addestramento di un’intelligenza artificiale, Glaze e Nightshade
vanno benissimo.
Mist è un altro programma di
questo tipo, ma invece di alterare le immagini in modo che la IA le interpreti
in modo completamente errato le modifica in una maniera speciale che fa
comparire una sorta di watermark o sovrimpressione decisamente sgradevole, una
sorta di velo di geroglifici, in ogni immagine generata partendo da immagini
trattate con Mist, che come i precedenti è gratuito e disponibile per macOS e
Windows e richiede una scheda grafica piuttosto potente e tempi di
elaborazione significativi.
C’è una sottile ironia nell’usare software basati sull’intelligenza
artificiale per sconfiggere le aziende basate sull’intelligenza artificiale,
ma in tutta questa rincorsa fra guardie e ladri non bisogna dimenticare che
questi software consumano quantità preoccupanti di energia per i loro calcoli
straordinariamente complessi: a gennaio 2024, l’Agenzia Internazionale
dell’Energia (IEA) ha pubblicato una
stima
secondo la quale il 4% della produzione di energia mondiale nel 2026 sarà
assorbito dai data center, dalle criptovalute e dall’intelligenza artificiale.
Per dare un’idea di cosa significhi, il 4% equivale al consumo energetico di
tutto il Giappone.
La stessa agenzia ha calcolato che una singola ricerca in Google consuma 0,3
wattora di energia elettrica, mentre una singola richiesta a ChatGPT ne
consuma 2,9, ossia quasi dieci volte di più. Per fare un paragone, se
tutti usassero ChatGPT invece di Google per cercare informazioni, la richiesta
di energia aumenterebbe di 10 terawattora l’anno, pari ai consumi annui di un
milione e mezzo di europei.
Pensateci, la prossima volta che invece di usare
un motore di ricerca vi affidate a un’intelligenza artificiale online.
Fonti aggiuntive: How to keep your art out of AI generators, The Verge;
How watermarks can help protect against fraud with generative AI like ChatGPT,
Fast Company.
Implementazioni di kill switch nelle VPN: confronto tra livello di sistema e di app
Kill switch è una funzionalità inclusa in alcuni servizi VPN premium che annulla in automatico la connessione Internet quando rileva un’interruzione improvvisa del tunnel VPN. Il suo compito è prezioso: infatti, se il tunnel VPN viene meno, si corre il rischio che indirizzo IP e dati personali vengano compromessi, eventualità piuttosto probabile se ci si […]
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Double VPN: cos’è e quando utilizzarla per una maggiore sicurezza
I vantaggi dell’utilizzo della Double VPN: ecco cos’è e come va utilizzata per una maggiore sicurezza online.
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Our latest efforts to help California’s monarch butterflies
Competitive Intel: Here’s What an SEO Competitor Analysis Tells You
Search engine optimization (SEO) is a competition. For any given keyword or topic, your content is battling thousands of others for limited (and constantly shrinking!) real estate.
Here’s how small the victor’s podium is:
- The top three organic search results receive more than 2/3rds of the clicks
- The top result receives more clicks than the 3rd-10th combined
- In searches with a featured snippet, the snippet has a 43% click through rate
With such a narrow target to hit, it’s not enough to optimize your content, or even your site, without comparing it to the content you’re competing against.
An SEO competitor analysis can help you develop a strong strategy that makes your content stronger and takes advantage of your competitor’s underdeveloped content and blind spots. Here’s what you need to know.
What is SEO competitor analysis?
SEO competitor analysis is the practice of evaluating the content and websites of other companies in your industry. The goal is to find opportunities for your content to better suit specific search queries. You’re looking for places where your competitors are lacking content completely for relevant keywords, and especially where they’re getting good rankings with thin content.
How to perform SEO competitor analysis
There are multiple steps to a comprehensive competitor analysis. Some are a lot easier with tools like Semrush, but at the base level, you can begin with just your browser and Google.
Step 1: Identify competitors
This may seem like too small of a first step; if you’ve been in business any time at all, you know who you’re competing with for customers. But it’s important to identify your search competition.
Your SEO competitors aren’t just the businesses that offer similar products or services; they’re also those vying for the same keywords and search engine real estate. These can include:
- Direct competitors: Start with your existing list of businesses in your industry who are going after similar customers. These are your direct competitors, and they’re likely targeting the same audience and keywords as you.
- Indirect competitors: These businesses may not offer the same products or services but still compete for your audience’s attention. For example, if you sell a logistics solution, your indirect competitors could include shipping and trucking companies. Anyone who is targeting the same keywords and/or audience should be on your radar.
- SERP competitors: To narrow the field a little, take a look at who is already ranking in the search engine results pages (SERPs) for keywords relevant to your business. These are the ones you’re directly competing with for visibility and clicks.
- Keyword competitors: Use keyword research tools to identify competitors who are targeting the same keywords as you. Look for businesses ranking for your target keywords and analyze their content and backlink profiles.
Step 2: Run a keyword gap analysis
A gap analysis involves identifying keywords that your competitors are ranking for, but you aren’t — and vice versa. These gaps are untapped opportunities to capture more rankings, and ultimately more traffic. There are three types of opportunities to look for:
- Keywords your competitors are ranking for: Use SEO tools like Semrush, Ahrefs, or Moz to identify these keywords and assess their search volume, difficulty, and relevance to your business.
- Keywords your competitors have lost: Keep an eye out for keywords that your competitors may have lost rankings for over time. These could indicate shifts in the competitive landscape or changes in search engine algorithms. Either way, you could be able to swoop in and fill the space.
- Keywords without robust high-ranking content: Some of the most powerful opportunities are for long-tail keywords that have no long-form, high-quality content in the SERP. A keyword like “Logistics solutions” might be challenging to rank for, but one like “Logistics solutions for sporting goods stores” might have meager results. These represent opportunities to create targeted, high-quality content that can rank well and attract organic traffic.
Step 3: Identify your niche
Establishing your niche involves identifying the specific topics, keywords, and audience segments that align with your brand and differentiate you from competitors. Essentially, you’re choosing a smaller part of the vast search landscape to try and stake a claim on. Instead of thin content aimed at hundreds of generic queries, you can focus on a few pillar pieces written for specific keywords and topics.
Start by defining what sets your brand apart from the competition. What unique advice or insight can you offer that your competitors can’t? What’s your area of specialization in your field? Resist the urge to think in terms of business differentiators, such as products and services. Look for the differentiators in value that your content can offer.
After these first three steps, you should have a clearer idea of what search terms you plan to target.
Step 4: Analyze the SERP for user intent
Before you start putting together a content plan, it’s important to understand the user intent behind your targeted keywords.
Consider a blanket term like “international shipping.” Keywords including this term might have a variety of intents:
- “International shipping rates” would be seeking a specific piece of information
- “Trends in international shipping” would be seeking industry insight
- “Safest international shipping providers” would be evaluating vendors to engage with
- “International shipping fanfic competition” would be seeking information about a writing contest in which fans write about pop culture characters forming relationships.
Even if that last keyword has 10x the search volume of the others, it’s clear the intent is not a good match for your shipping logistics company. But the intent isn’t always so cut-and-dried. It’s important to look at the top-ranking content for each term to make sure it matches the presumed intent. Keyword analysis tools can provide further insight and detail around search intent.
Step 5: Evaluate competing content
You’ve looked at how your competitors’ content is ranking. Now it’s time to look at the content itself, analyzing it with human intuition. Consider these elements as you look at the content at the top of the SERP:
- Content quality and relevance: Is the content well-written, informative, and easily skimmed? Does it provide value to the reader and address their needs and pain points? Identify areas where your competitor’s content excels and where it falls short.
- Content format and structure: Is most of the content text, video, visual, or interactive? How is information organized and presented? Look for opportunities to differentiate your content by experimenting with different formats and structures.
- Keyword optimization: Are they targeting relevant keywords and incorporating them naturally into their content? You can use keyword research tools to identify the keywords your competitors are targeting and assess their search volume and competitiveness.
- Content gaps and opportunities: Are there topics or keywords that they’re not covering? Can you provide unique perspectives or additional value on existing topics? Use these insights to inform your own content strategy and create content that fills gaps and better meets the needs of your target audience.
Step 6: Analyze competitors’ backlinks
While backlinks have taken on less importance in the wake of Google’s latest algorithm updates, high-quality backlinks are still a ranking factor. It’s worth making backlink strategy part of your content planning.
Start by identifying the backlinks pointing to your competitor’s website. Use backlink analysis tools like Ahrefs, Semrush, or Moz to generate a comprehensive list of backlinks. Pay attention to their quantity, quality, and diversity.
Assess the quality of your competitors’ backlinks with factors such as domain authority, relevance, and anchor text. High-quality backlinks from authoritative websites are more valuable than low-quality backlinks from spammy or irrelevant sites.
It’s important to also look at the domains that are linking to your competitor’s website. Are they from reputable sources within your industry, or are they from unrelated websites? Analyzing the linking domains can help you identify potential opportunities for building relationships and earning backlinks from similar websites.
Consider the link-building strategies your competitors are using to earn backlinks. Are they guest posting on industry blogs, participating in online forums, or leveraging social media for link acquisition? Understanding their tactics can inspire ideas for your own link-building campaigns.
Finally, identify any gaps or opportunities in your competitor’s backlink profile. Are there high-authority websites that are linking to your competitors but not to you? Can you create more useful content for key topics in order to earn backlinks from these sites?
Step 7: Analyze competitors’ site experience
User experience can affect a site’s rankings. If a site is slow, hard to navigate, confusing or misleading, users will bounce. This signals the algorithm that their content shouldn’t be highly ranked. It’s worth seeing how your competitors are doing in the UX department, and how you can do better:
Start by evaluating the overall user experience of your competitor’s website. See whether it is easy to navigate, visually appealing, mobile-friendly and accessible. Consider factors such as site layout, navigation menus, font readability, and visual design elements.
Next, see how easy it is to find what you’re looking for on the site. Can users easily find what they’re looking for, or do they get lost in a maze of confusing menus and dead-end links? Pay attention to the clarity of navigation labels, the accessibility of important pages, and the presence of breadcrumbs or search functionality.
Speed is a crucial part of user experience now. Evaluate the loading speed of your competitor’s website across different devices and internet connections. Then see whether your competitor’s website is responsive and optimized for mobile devices, as mobile-friendliness is a key ranking factor for search engines.
Finally, take a look at the technical aspects of competitor sites. This will involve looking at the page source code. Look at meta tags, schema markup, canonicalization, and sitemap structure. Analyzing these technical SEO factors can uncover opportunities for optimization and improvement on your own site.
Use this guide to help with your analysis: What to Look for in an SEO Analysis of a Website.
From audit to action
Once you’ve completed the competitor audit, you will know:
- What unique long-tail keywords to target
- What type of content is performing best for these topics
- Which keywords best match your search intent
- Where you can earn rankings above your competitors
- How to improve your own site experience
All of this information can help build your content plan for strategic SERP domination.
TopRank Marketing can help you get a handle on your SEO, including competitor analysis and auditing your own site. Request a free SEO scorecard to see what we can do.
The post Competitive Intel: Here’s What an SEO Competitor Analysis Tells You appeared first on TopRank® Marketing.
Amazon rilascia strumenti AI per i venditori anche in Europa
Gli utenti Amazon potranno creare elenchi di prodotti da zero oppure aggiornare elenchi esistenti inserendo le informazioni mancanti.
Leggi Amazon rilascia strumenti AI per i venditori anche in Europa
