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Le lenti a contatto con monitor incorporato non sono più fantascienza
È una scena classica di tanti film o telefilm d’azione hi-tech o di fantascienza: la persona protagonista riesce a penetrare nella base segreta dei cattivi e riceve istruzioni su cosa fare e cosa dire, senza che i cattivoni se ne rendano conto, tramite delle sofisticatissime lenti a contatto elettroniche che indossa. Di solito la scena include anche un malfunzionamento di queste lenti, per creare ancora più tensione, ma ovviamente il talento e l’improvvisazione supereranno ogni avversità.
Ma scene come questa non sono più riservate alla fiction: l’azienda californiana Mojo Vision ha presentato un prototipo funzionante di lente a contatto “smart”, capace di mostrare all’occhio di chi la indossa una bussola, delle immagini e dei testi. Stando a quanto dichiarato dall’azienda, si tratta della prima dimostrazione di una lente a contatto smart per realtà aumentata effettuata mettendola davvero su un occhio umano: in questo caso, quello di Drew Perkins, che è il CEO di Mojo Vision.
Ma dove si possono mettere i componenti elettronici in una lente a contatto? Serve uno schermo, servono dei sensori, serve un processore, e tutto quanto va alimentato da una batteria. Sembra impossibile includere tutti questi elementi in un oggetto che deve essere trasparente.
Mojo Vision risolve in parte questa sfida con un paio di soluzioni ingegnose: la prima è che in realtà la lente non è tutta trasparente, ma lo è soltanto la parte che sta direttamente davanti al cristallino. Il bordo, ossia la parte che sta davanti all’iride e copre anche parte della sclera dell’occhio, è invece opaco ed è coperto da un’iride finta.
Al centro della piccola porzione trasparente c’è un minuscolo schermo MicroLED monocromatico, largo mezzo millimetro, con una risoluzione di circa 250 per 250 pixel: sufficiente per vedere qualche parola e un’immagine, ma non molto di più.
La lente include anche un magnetometro, un giroscopio e un accelerometro per rilevare i movimenti dell’occhio, un piccolissimo processore ARM, una batteria e un trasmettitore. Un miracolo di miniaturizzazione, insomma.
Il trasmettitore in questione serve per la seconda soluzione ingegnosa: si collega infatti a un processore più potente, che si indossa intorno al collo e che fa il grosso del lavoro, alleggerendo quello della lente vera e propria. In altre parole, molti dei componenti sono in realtà nascosti addosso a chi indossa queste lenti a contatto “smart”.
C’è da dire che la lente è rigida, non morbida come le lenti a contatto normali, e che finora è stata indossata soltanto per un’ora per valutarne la compatibilità biologica. Ma ha già adesso delle app che permettono a chi la indossa di leggere del testo che gli viene trasmesso, come se fosse una sorta di “gobbo” televisivo invisibile, e di ricevere istruzioni di navigazione in uno spazio.
Se il prototipo supererà la fase di collaudo e ulteriore miniaturizzazione e i test clinici necessari per la commercializzazione, le lenti a contatto elettroniche saranno un ausilio digitale decisamente molto meno vistoso e appariscente rispetto agli occhiali “smart”, che hanno il difetto di essere ingombranti ed esteticamente impegnativi anche nelle loro versioni più recenti, come per esempio i Ray-Ban Stories, che pure sono infinitamente più presentabili rispetto ai Google Glass o ai visori per realtà virtuale. Le lenti elettroniche sono un esempio di Invisible Computing, ossia informatica invisibile.
Mojo Vision non è l’unica azienda che sta lavorando alle lenti a contatto “smart”: ci sono anche progetti di Sony e Samsung con tanto di fotocamera integrata, e ci sono già lenti di questo genere che vengono usate in campo medico per il monitoraggio degli occhi, per esempio in caso di glaucoma. Google ha anche delle lenti a contatto elettroniche che includono un sensore di glucosio, ma si tratta appunto di progetti o di dispositivi molto più semplici.
Resta da vedere, se mi perdonate il gioco di parole, a cosa serviranno queste lenti a contatto così sofisticate e interattive: per ora l’azienda che le sta sviluppando pensa alla visualizzazione di informazioni utili, come per esempio le indicazioni su dove andare in un edificio molto complesso, le notifiche di eventi o la presentazione di dati fisiologici o tecnici per gli atleti durante una gara, ma considera anche l’ausilio alle persone che hanno difficoltà visive nella vita di tutti i giorni.
Un’altra applicazione utilissima per chiunque parli in pubblico per lavoro sarebbe la possibilità di avere sott’occhio testi, dati e numeri in modo invisibile, dando l’impressione di sapere a memoria discorsi e informazioni: immaginate le note di PowerPoint, ma senza dover guardare lo schermo del computer.
E attenzione agli usi meno tecnici e professionali: c’è la possibilità che fra qualche anno la persona che vi guarda con aria sognante e vi declama eleganti parole di seduzione stia in realtà semplicemente leggendo tutto sulle sue lenti elettroniche.
Fonti aggiuntive: CNET, BBC, Ars Technica.
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Iran, attacco informatico ad acciaieria ha conseguenze molto reali
Il 27 giugno scorso una delle più grandi acciaierie in Iran, la Mobarakeh Steel Company (info su Wikipedia), ha vissuto momenti drammatici: stando a vari video non confermati ma ritenuti attendibili, poco dopo che alcuni operai si erano allontanati da una zona dell’impianto nella quale si lavorano grandi quantità di metallo fuso, si è formata una enorme fiammata e il metallo incandescente si è riversato fuori dai suoi contenitori, spandendosi nelle vicinanze in una luminosissima, rovente cascata di scintille.
L’incidente merita attenzione perché tutto indica che si sia trattato di un sabotaggio effettuato tramite un attacco informatico: un caso piuttosto raro di conseguenze molto concrete, e potenzialmente fatali, di crimine digitale che agisce direttamente sulle cose del mondo reale invece di limitarsi, si fa per dire, a cancellare e danneggiare dati.
L’attacco è stato rivendicato su Telegram e Twitter da un gruppo che si fa chiamare Predatory Sparrow (passero predatore). Il gruppo ha presentato come conferma i video tratti dalle telecamere di sorveglianza interna dell’acciaieria e ha anche pubblicato una ventina di gigabyte di dati che dice di aver trafugato da questa e altre due acciaierie iraniane che ha preso di mira. I media di stato iraniani hanno fornito conferme indirette degli attacchi, ma hanno dichiarato che non ci sarebbero stati danni alle linee di produzione (Cyberscoop.com).
L’idea che un attacco informatico possa causare la fuoriuscita di colate di metallo fuso dove lavorano gli operai è decisamente inquietante, ma non è la prima volta che ci sono conseguenze fisiche molto gravi a seguito di un’incursione digitale.
Sempre in Iran, nel 2010, il malware Stuxnet danneggiò o distrusse le centrifughe dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz (come ho raccontato in dettaglio nel podcast del 9 luglio 2021). Nel 2014 l’autorità tedesca per la sicurezza informatica, la BSI, parlò di gravi danni a un’acciaieria nazionale causati da un attacco informatico basato sul phishing, senza però fornire molti dettagli. E nel 2015 in Ucraina un’azienda che gestiva la rete elettrica per la maggior parte del paese fu colpita da un attacco informatico che tolse la corrente a 200.000 persone per varie ore.
Questi attacchi così devastanti avvengono raramente, per fortuna, ma sono gli effetti più sensazionali di una tecnica di attacco molto diffusa ai danni delle industrie: quella che consiste nel prendere il controllo dei sistemi di comando remoto che gestiscono i grandi impianti e sabotarli in modo che questi impianti vadano in avaria o causino danni.
I sistemi di controllo industriale sono sempre più diffusi, perché costano meno e sono più precisi rispetto a una squadra di addetti, che oltretutto spesso rischierebbero la propria incolumità, e perché a volte non c’è altro modo per comandare gli impianti: basti pensare ai macchinari che operano in condizioni che sarebbero fatali per un operatore umano o che sono difficilmente accessibili, come le pale eoliche o i ripetitori cellulari o radiotelevisivi in alta montagna. In questi casi il controllo remoto è indispensabile.
Il problema nasce quando questi sistemi di controllo remoto non sono ben protetti e vengono installati disinvoltamente, senza pensare troppo alle loro implicazioni di sicurezza. Infatti se un impianto è accessibile da remoto da parte dei suoi addetti, potrebbe essere accessibile tramite la stessa via anche da parte di malintenzionati. Questi sistemi di controllo sono spesso connessi via Internet, e molte aziende non si rendono conto che oggi esistono motori di ricerca appositi, come Shodan, Binaryedge, Zoomeye o Censys, che permettono a chiunque di trovare tipi specifici di dispositivi accessibili via Internet e di ottenere informazioni sul loro funzionamento. Questi motori di ricerca esistono per segnalare o prevenire violazioni di sicurezza, ma ovviamente sono utilizzabili anche per trovare bersagli per attacchi.
Incidenti come quello iraniano sono spesso di matrice politica, e si sospetta che dietro il gruppo Predatory Sparrow ci sia un governo che lo appoggia o addirittura lo dirige. Questo sospetto è avvalorato, secondo alcuni addetti ai lavori, dal fatto che il gruppo è stato molto attento a causare la fiammata nell’acciaieria in un momento nel quale non c’erano addetti nelle vicinanze e ha ribadito questa sua attenzione nelle rivendicazioni, e questo tipo di scrupolo è caratteristico di organizzazioni che devono rispettare delle linee guida politiche o governative, per esempio per causare danni strategici senza essere viste negativamente perché hanno colpito degli innocenti.
Sia come sia, episodi drammatici come quello dell’acciaieria iraniana sono un rumoroso campanello d’allarme per qualunque azienda che abbia sistemi gestiti da remoto, in qualunque paese: è opportuno irrobustire le proprie difese, invece di fare quello che fanno molti, ossia usare semplicemente Teamviewer senza password perché tanto è comodo e si ritiene che se nessuno sa l’indirizzo IP dell’impianto nessuno lo troverà mai. Shodan esiste proprio per questo, e ho vissuto personalmente due casi nei quali un generatore elettrico italiano e una mini-centrale elettrica francese erano comandabili da remoto da chiunque, perché i loro gestori non si curavano della sicurezza. Non è stato uno spettacolo rincuorante.
E anche se pensate che la vostra azienda non sia nel mirino dei gruppi politici internazionali, esistono sempre il sottobosco del crimine informatico, che è ben contento di chiedere riscatti per non sabotare i vostri impianti, e anche il sotto-sottobosco, quello dei semplici vandali, quelli che causano sabotaggi for the lulz, ossia per puro, asociale divertimento. Forse è il caso di approfittare della pausa estiva per fermarsi un momento a ragionare sulle proprie procedure di accesso remoto e rinforzarle un pochino.
Fonti aggiuntive: BBC, The Cyberwire.
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