È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
Non sono i primi localizzatori del genere sul mercato, ma gli AirTag hanno una caratteristica molto particolare: funzionano a grandi distanze, anche fuori dalla normale portata del Bluetooth, che è di qualche decina di metri, perché si appoggiano a tutti i telefonini Apple che si trovino nelle vicinanze. Lo fanno anche altri localizzatori di altre marche, come per esempio gli SmartTag di Samsung, ma nessun concorrente può contare su un numero così elevato di smartphone degli utenti, che diventano sensori inconsapevoli di una rete di tracciamento vastissima e capillare.
Finché un AirTag è a pochi metri dal suo proprietario, comunica direttamente usando i segnali radio del suo piccolo trasmettitore Bluetooth e gli può anche indicare in che esatta direzione e a che distanza si trova. Ma questo trasmettitore è intenzionalmente molto debole, per far durare a lungo la batteria incorporata. Così Apple usa una tecnica ingegnosa per estendere il raggio d’azione del suo localizzatore: qualunque iPhone che passi nelle vicinanze di qualunque AirTag e abbia il Bluetooth attivo riceve automaticamente il segnale identificativo di quell’AirTag e lo inoltra via Internet ad Apple. Se avete un iPhone, fate parte della rete di rilevamento degli AirTag e magari non lo sapete nemmeno.
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Attenzione, però , ai falsi allarmi: alcuni utenti di iPhone hanno segnalato che il loro smartphone avvisava di aver rilevato un accessorio sconosciuto e quindi hanno temuto che si trattasse di un AirTag abusivo. In realtà l’avviso veniva prodotto da alcuni modelli di cuffie senza filo. Va chiarito anche che la localizzazione remota funziona bene soltanto se ci sono degli iPhone nelle immediate vicinanze. Se siete da soli in aperta campagna o su una strada poco battuta, gli AirTag non potranno comunicare la vostra presenza.
Se temete che qualcuno vi stia tracciando, insomma, queste app sono un aiuto, ma conviene abbinarne l’uso alla tecnica classica manuale di frugare nelle proprie borse, negli indumenti e in qualunque altro luogo in cui un malintenzionato potrebbe nascondere un localizzatore.
Da parte sua, Apple sta aggiornando iOS in modo che chi configura un AirTag riceva un avviso molto chiaro del fatto che usare questo dispositivo per tracciare le persone senza il loro consenso è un reato in molte regioni del mondo e del fatto che il dispositivo è progettato per essere rilevato da eventuali vittime e per consentire alle forze dell’ordine di richiedere informazioni che consentano di identificare il proprietario dell’AirTag. L’azienda dice di aver già collaborato con la polizia in diverse occasioni per rintracciare chi aveva piazzato abusivamente degli AirTag. È confortante, ma è anche una conferma del fatto che il problema è reale.
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Una dimostrazione positiva della potenza di questi dispositivi di tracciamento è arrivata dalla Germania, dove la ricercatrice di sicurezza e attivista informatica berlinese Lilith Wittmann ha usato gli AirTag per dimostrare che un’agenzia governativa tedesca è in realtà una copertura di un’attività di spionaggio. Ha spedito per posta dei plichi contenenti questi localizzatori e ne ha tracciato il percorso, scoprendo che venivano reinviati a strutture usate dai servizi di intelligence tedeschi. Il tracciamento ha funzionato sfruttando presumibilmente gli iPhone degli stessi addetti dell’intelligence. Chi si occupa di sicurezza dovrà ora fare i conti anche con questo aspetto delle tecnologie commerciali.
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I ricercatori di sicurezza, infatti, si sono lanciati sugli AirTag per studiarli e capire come ottimizzare le loro funzioni positive e indebolire quelle negative. L’Università di Darmstadt ha già messo gratuitamente a disposizione AirGuard, un’app disponibile nello store ufficiale di Android che per certi versi è più potente delle app fornite da Apple, perché fa una scansione periodica automatica alla ricerca di AirTag e simili. Se trova ripetutamente lo stesso dispositivo di tracciamento, l’app avvisa l’utente. Se usate quest’app, tutte le informazioni di localizzazione restano nel vostro telefonino. Se nessuno vi sta tracciando, l’app vi lascia in pace, restando vigile.
È indubbio che avere un dispositivo economico che permette di trovare i propri oggetti smarriti sia utile: la sfida tecnologica è trovare il modo di consentire questo potere senza allo stesso tempo rendere troppo facile un abuso. La soluzione perfetta è ancora tutta da trovare: nel frattempo, qualche aiuto tecnologico c’è, ma come sempre è indispensabile affidarsi anche al buon senso pratico. Ogni tanto vuotate la borsa, lo zaino e il cassetto dell’auto: magari troverete cose che credevate perse per sempre.
E se vi siete persi qualcuno dei nomi delle app citate in questo podcast, non c’è bisogno di un AirTag per recuperarli: trovate il testo integrale, con i link alle singole app, sul mio blog Disinformatico.info.
[il testo della seconda parte del podcast è qui]
Fonti aggiuntive: Sophos, Engadget.


