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Il caos di Twitter continua: riassunto della situazione (terza puntata). Giornalisti bannati, Mastodon segnalato come malware e la burla di “John Mastodon”
Sto cercando di evitare di parlare troppo di Twitter e Elon Musk, ma gli ultimi sviluppi sono talmente assurdi e comici che mi tocca fare un aggiornamento ai riassunti che ho già pubblicato (uno, due). Come ho già detto, sospetto che fra qualche anno ci chiederemo se è davvero successa tutta questa follia, per cui credo sia opportuno tenerne traccia adesso, finché è possibile.
Giornalisti bannati
Cominciamo dal ban di Twitter a vari giornalisti: il 15 dicembre (le prime ore del 16 in Europa) almeno dieci giornalisti hanno scoperto che i propri account Twitter erano stati sospesi permanentemente, senza preavviso e senza dare alcuna motivazione. Questo è l’elenco stilato da Gizmodo:
- Matt Binder (Mashable)
- Drew Harwell (Washington Post)
- Steve Herman (VOA News)
- It’s Going Down News (Independent Site)
- Micah Lee (The Intercept)
- Ryan Mac (New York Times)
- Mastadon (Social Media Site)
- Keith Olbermann (formerly MSNBC)
- Donie O’Sullivan (CNN)
- Tony Webster (Minnesota Reformer)
A questi dieci si aggiungono Taylor Lorenz (Washington Post), che racconta la propria vicenda qui, Aaron Rupar e Linette Lopez.
Queste sospensioni hanno ricevuto la condanna delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e del ministero degli affari esteri tedesco, come riferisce la BBC aggiungendo che un portavoce di Twitter ha dichiarato che i ban sarebbero legati alla “condivisione in tempo reale di dati di localizzazione”.
A giudicare da vari tweet di Elon Musk, la condivisione in questione sarebbe quella dell’ubicazione del suo jet personale, che secondo Musk avrebbe permesso a uno stalker di accostarsi a un’auto che trasportava almeno uno dei suoi figli a Los Angeles. Ma alcuni dei giornalisti bannati non hanno nemmeno parlato di questa vicenda (Lorenz, per esempio, si era limitata a chiedere a Musk un commento), e in nessun caso i giornalisti hanno dato informazioni sugli spostamenti in auto di Musk o della sua famiglia.
Alcuni hanno semplicemente citato l’account Twitter @elonjet, che pubblicava in tempo reale, usando dati pubblici, i voli del jet di Musk per segnalarne l’impatto ambientale. @elonjet è stato nel frattempo sospeso da Twitter.
Zoe Kleinman, technology editor per la BBC, riassume la situazione come segue:
[…] Fondamentalmente, Elon Musk ha abbattuto e fatto precipitare in fiamme il suo tanto strombazzato impegno per la “libertà di parola”. Libertà di parola, purché la parola non lo faccia arrabbiare personalmente: questo sembra essere il messaggio.
Il 17 dicembre Twitter ha annunciato che ha iniziato a ripristinare alcuni account che erano stati sospesi perché ritiene che la sospensione permanente fosse un’“azione sproporzionata per la violazione delle regole di Twitter”. Twitter non ha indicato quali siano gli account in questione, ma alcuni degli account dei giornalisti che erano stati sospesi risultano ora riattivati.
Sì, i jet personali sono pubblicamente tracciabili
Elon Musk insiste a dire che pubblicare i dati dei suoi voli è doxxing, ossia pubblicazione di dati privati. Ma un’indagine dettagliata di Open sui singoli ban spiega che i dati di volo in tempo reale degli aerei, compresi i jet privati, sono pubblici: vengono trasmessi via radio in chiaro dai localizzatori di bordo (Automatic Dependent Surveillance – Broadcast o ADS-B, obbligatorio nello spazio aereo USA) e sono pubblicamente accessibili da chiunque acquisti un semplice ricevitore.
Per consultarli, anche senza ricevitore, è sufficiente visitare un sito come Flightradar24 oppure ADSBExchange e sapere qual è l’identificativo del jet privato di Musk, che è N628TS (altrettanto pubblico e facilissimo da trovare in Google). È un Gulfstream G650ER del 2015, che vale 70 milioni di dollari, come documentato pubblicamente per esempio su Superyachtfan.com, che cita appunto l’identificativo N628TS.
C’è una diffusa diceria secondo la quale Musk avrebbe usato un’opzione di mascheramento dell’identificativo, il cosiddetto PIA (Privacy ICAO Address, spiegato benissimo qui), ossia un identificativo temporaneo che cambia ogni 20 giorni lavorativi, ma non è esatto, come ha spiegato Aric Toler di Bellingcat. E comunque l’identificativo ICAO dell’aereo di Elon Musk è citato pubblicamente nel database della Federal Aviation Administration, su FlightAware e nei dati di Flightradar24: è A835AF.
Immettendo questi dati in ADSBexchange si ottiene l’attuale localizzazione del jet di Musk: è in Qatar.
E in effetti Elon Musk è lì:
Ovviamente ho segnalato quel tweet come violazione delle nuove Regole di Twitter, che vietano la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo reale anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente.
Elon Musk si è inoltre unito a un dibattito online tenutosi su Twitter, usando la funzione Twitter Spaces, e ha detto che i giornalisti stavano condividendo il suo indirizzo di casa. Quando gli hanno fatto notare che non era vero, e che lui stava usando lo stesso metodo di blocco dei link che aveva trovato così inaccettabile quando era stato usato per la vicenda del laptop di Hunter Biden, Elon Musk se ne è andato senza rispondere ad altre domande. Una trascrizione parziale del dibattito è qui; una trascrizione più completa è qui.
Here is Elon’s full appearance in @katienotopoulos’ spaces with banned journalists tonight pic.twitter.com/1xPFtrVjf6
— Brennan Murphy (@brenonade) December 16, 2022
Musk: Well, as I’m sure everyone who’s been doxxed would agree, showing real-time information about somebody’s location is inappropriate. And I think everyone would not like that to be done to them. And there’s not going to be any distinction in the future between simple journalists and regular people.
Everyone is going to be treated the same—no special treatment.
You doxx, you get suspended. End of story. And ban evasion or trying to be clever about it, like “Oh, I posted a link – to the real-time information,” that’s obviously something trying to evade the meaning, that’s no different from actually showing real-time information.Katie Notopoulos: When you’re saying, ‘posting a link to it,’ I mean, some of the people like Drew and Ryan Mac from The New York Times, who were banned, they were reporting on it in the course of pretty normal journalistic endeavors. You consider that like a tricky attempted ban evasion?
Musk: You show the link to the real-time information – ban evasion, obviously.
Katie Notopoulos: Drew, I don’t think you were posting the real-time information, right?
Drew Harwell: You’re suggesting that we’re sharing your address, which is not true. I never posted your address.
Musk: You posted a link to the address.
Drew Harwell: In the course of reporting about ElonJet, we posted links to ElonJet, which are now banned on Twitter. Twitter also marks even the Instagram and Mastodon accounts of ElonJet as harmful.
We have to acknowledge, using the exact same link-blocking technique that you have criticized as part of the Hunter Biden-New York Post story in 2020.
So what is different here?Musk: It’s not more acceptable for you than it is for me. It’s the same thing.
Drew Harwell: So it’s unacceptable what you’re doing?
Musk: No.
You doxx, you get suspended.
End of story. That’s it.
Circa mezz’ora dopo, l’intero servizio Twitter Spaces è stato disabilitato.
Mastodon segnalato falsamente come malware
Twitter ha anche iniziato a impedire agli utenti di condividere link che portino al social network alternativo Mastodon, indicando falsamente che si tratta di link potenzialmente dannosi.
Ci ho provato anch’io, linkando semplicemente il sito del server originale di Mastodon, ossia Mastodon.social, e il tweet è stato respinto con il messaggio “Qualcosa è andato storto, ma non preoccuparti. Riproviamo” e “La richiesta non può essere completata poiché Twitter o un suo partner ha identificato questo link come potenzialmente dannoso. Per saperne di più, visita il nostro Centro assistenza.”
Twitter sta anche vietando di includere link a Mastodon nelle bio, con il falso avviso che “è considerato pericoloso (malware)”:
Non c’è nessun motivo tecnico per un blocco totale del genere.
L’account ufficiale @TwitterSupport ha annunciato il 18 dicembre che verranno rimossi “gli account creati solo allo scopo di promuovere altre piattaforme social e il contenuto contenente link o nomi utente per le seguenti piattaforme: Facebook, Instagram, Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr e Post.”
We recognize that many of our users are active on other social media platforms. However, we will no longer allow free promotion of certain social media platforms on Twitter. Specifically, we will remove accounts created solely for the purpose of promoting other social platforms and content that contains links or usernames for the following platforms: Facebook, Instagram, Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr and Post. We still allow cross-posting content from any social media platform. Posting links or usernames to social media platforms not listed above are also not in violation of this policy.
Il nuovo regolamento in merito è qui.
Le dichiarazioni di libertà di espressione fatte da Musk sembrano insomma ormai un lontano ricordo e anche la libertà di concorrenza sta scomparendo.
La burla di “John Mastodon”
E per finire, se vi state chiedendo perché si parla tanto online del signor John Mastodon ed è così popolare l’hashtag #JohnMastodon, tutto nasce da un errore di un giornalista, Isaac Schorr, che il 16 dicembre ha scritto un articolo sulla vicenda Twitter (copia d’archivio qui) nella quale voleva parlare dell’account Twitter @joinmastodon, che era stato bandito, ma ha invece scritto John Mastodon, descrivendolo come “il fondatore di una società concorrente nei social media che prende il nome da lui” (“the platform removed John Mastodon, the founder of a competing social media company named after himself”).
Ed è così che è nato un mito.
Firefox, come scegliere fra visualizzare i PDF e scaricarli
Firefox normalmente visualizza direttamente i documenti PDF, ma questo può essere un problema se si tratta di documenti molto grandi, la memoria disponibile è poca e la connessione è lenta. Si può ovviare a questo problema come segue:
- andando nelle preferenze (clic sui tre trattini a destra)
- scegliendo Impostazioni dal menu a tendina che compare
- scorrendo giù fino alla sezione File e applicazioni
- digitando pdf nella casella di ricerca Applicazioni
- cliccando sulla freccia rivolta in basso accanto a PDF
- scegliendo dal menu a tendina Chiedi sempre
In questo modo Firefox chiederà ogni volta cosa deve fare con un link che porta a un PDF. Si può anche chiedergli di scaricarli direttamente scegliendo Salva file.
Il difetto di scegliere Salva file è che quando si clicca su un link a un PDF trovato da Google o su un social network, lo scarica e basta ed è difficile procurarsi il link, per esempio per indicarlo a qualcun altro, perché il link fornito da Google è alterato da Google e quello sui social network è spesso abbreviato e dipende dal social network invece di essere quello diretto. Usate quindi con cautela quest’opzione.
50 anni fa finiva la prima esplorazione umana della Luna: pronta l’edizione speciale di “L’ultimo uomo sulla Luna”
Esattamente cinquant’anni fa, gli astronauti di Apollo 17 erano sulla via del ritorno, dopo tre giorni di esplorazione geologica della superficie lunare, con un carico preziosissimo di reperti che ancora oggi vengono studiati per conoscere la storia della Luna e della Terra.
Il blog Apollo 17 Timeline, a cura di Gianluca Atti, al quale ho il piacere di collaborare, raccoglie le testimonianze giornalistiche e le immagini di allora e alcuni degli eventi commemorativi della missione, comprese interviste recenti con Harrison Schmitt, che è tuttora l’unico geologo della storia ad aver mai lavorato su un altro corpo celeste.
Come avevo preannunciato, l’editore Cartabianca, con il quale collaboro ormai da tempo per le traduzioni in italiano delle autobiografie degli astronauti delle missioni Apollo, è riuscito a preparare in tempo per il cinquantenario un’edizione aggiornata, ampliata e arricchita di immagini di L’ultimo uomo sulla Luna, l’autobiografia di Gene Cernan, che fu appunto l’ultima persona a camminare sul suolo lunare e fu comandante di quella missione Apollo 17 che tuttora segna la fine – almeno per ora – dell’esplorazione umana del nostro satellite.
La terminologia di questa edizione speciale è stata allineata agli standard che sono stati usati per l’altra autobiografia astronautica già uscita presso Cartabianca, ossia Forever Young (autobiografia di John Young), e che verranno adottati per la traduzione italiana di Carrying the Fire (autobiografia di Michael Collins), che è in lavorazione. Per tutti e tre i libri ho curato la revisione tecnica e per Carrying the Fire sto coordinando tutta la traduzione insieme a un gruppo di colleghi e colleghe per farla uscire entro la fine del 2023.
Se volete dare un’occhiata alla nuova edizione di L’ultimo uomo sulla Luna, l’editore ha creato un minivideo delle primissime copie arrivate dalla tipografia:
C’è anche un’anteprima scaricabile gratuitamente in formato PDF.
Questa edizione speciale del libro è acquistabile subito, su carta e in e-book, sul sito dell’editore, a 21,90 euro per l’edizione cartacea e 9,99 euro per la versione digitale, con un’estesa sezione di fotografie a colori su carta patinata e in bianconero all’inizio di ogni capitolo, molte delle quali sono inedite e provengono dagli archivi della famiglia Cernan; l’edizione base, senza foto interne e con un numero inferiore di pagine, resterà in vendita a prezzo speciale (15 euro) fino all’esaurimento.
Soyuz in avaria, aggiornamento
Il 15 dicembre un veicolo russo Soyuz attraccato alla Stazione Spaziale Internazionale ha avuto una perdita esterna di un liquido imprecisato che è durata alcune ore, come ho raccontato qui. Le persone a bordo della Stazione non sono in pericolo, ma il veicolo che tre di loro dovrebbero usare per tornare sulla Terra è in avaria.
La NASA ha pubblicato un aggiornamento sulla situazione: Roscosmos ha identificato la fonte della perdita, che è il circuito esterno di raffreddamento della Soyuz. I controllori di volo di Roscosmos hanno effettuato con successo una prova dei motori di manovra della Soyuz. La temperatura e l’umidità all’interno del veicolo sono entro i limiti accettabili. La NASA sta collaborando all’indagine sull’accaduto con il braccio robotico Canadarm 2 per esaminare l’esterno della Soyuz; questo esame è previsto per il 18 dicembre e ha comportato lo slittamento di un’attività extraveicolare statunitense, che avverrà il 21 invece del 19.
Eric Berger su Ars Technica nota che il problema principale è costituito dai computer di volo della Soyuz, che rischiano di surriscaldarsi; servono per il calcolo della traiettoria precisa di rientro in modo che il veicolo atterri in un punto specifico del Kazakistan, dove lo attendono le squadre di recupero. Senza questi computer, la procedura dovrebbe essere eseguita manualmente, riducendo notevolmente la precisione del punto di atterraggio. Le indiscrezioni pubblicate dalla stampa russa su un surriscaldamento oltre 50°C sono state smentite da Roscosmos. Un successivo precisato di Roscosmos ha dichiarato che le temperature nella Soyuz variano da 28 a 30 gradi.
L’avaria al circuito esterno di raffreddamento comporta il problema che il calore che si accumula all’interno del veicolo non può essere dissipato esternamente, e la collocazione dei computer di volo, piuttosto incassati, rende difficile raffreddarli tramite aria fresca della Stazione immessa attraverso il portello di attracco della Soyuz.
Katya Pavlushchenko segnala che la TASS ha annunciato che i cosmonauti hanno collegato della ventilazione aggiuntiva alla Soyuz, immettendo aria dalla Stazione. Uno dei cosmonauti ha detto che nel veicolo fa più caldo del normale ma la temperatura è accettabile. Sempre la TASS nota che sono state inviate ai cosmonauti nuove istruzioni di atterraggio che sostituiscono quelle finora correnti e vanno usate solo in caso di rientro in emergenza.
Una particolarità della situazione è che la Stazione ora si trova in uno stato di cosiddetto high beta, ossia è permanentemente esposta al sole mentre orbita intorno alla Terra e non finisce mai nel cono d’ombra del nostro pianeta. Non si sa se questa condizione abbia contribuito o causato al danno, ma di certo può causare surriscaldamenti, e quindi si sta valutando di anticipare il rientro dell’equipaggio di questa Soyuz (i due cosmonauti russi Sergey Prokopyev e Dmitri Petelin e l’astronauta statunitense Frank Rubio) a prima della fine del mese se si decide che il rischio di surriscaldamento progressivo non consente di attendere la data di rientro prevista, ossia marzo 2023.
Non si sa, inoltre, se siano stati danneggiati altri componenti del veicolo. L’ipotesi più plausibile, al momento, è un impatto di un micrometeorite, che potrebbe aver causato altri effetti indesiderati. Si attende l’ispezione visiva per poter valutare meglio la situazione.
Se dovessero risultare danni peggiori, sarà necessario anticipare la partenza della prossima Soyuz e farla volare senza equipaggio fino alla Stazione. Fino a quel momento, in caso di problemi di salute o di emergenza grave a bordo della Stazione, Prokopyev, Petelin e Rubio resterebbero senza una scialuppa per per rientrare.
Gli scenari possibili sono quindi i seguenti:
- La Soyuz rimane attraccata fino a marzo e l’equipaggio la usa per rientrare.
- La Soyuz viene usata per far rientrare in anticipo l’equipaggio.
- Viene lanciata una Soyuz sostitutiva vuota, guidata da terra, e quella attraccata in avaria viene sganciata e fatta rientrare tramite comando remoto, portando eventualmente del carico (materiale o esperimenti che devono tornare sulla Terra): fattibile (le Soyuz sono fatte per essere teleguidate e ci sono punti di attracco disponibili nella sezione russa della Stazione) ma richiede tempi lunghi di approntamento ed è costoso (significa sacrificare un intero vettore Soyuz oltre al veicolo spaziale vero e proprio) e la Russia in questo momento ha ancora meno soldi del solito.














