Guida autonoma più sicura se le auto indossano occhi finti
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Dal Giappone arriva un’idea decisamente originale per migliorare la sicurezza dei veicoli a guida autonoma. In un articolo scientifico pubblicato di recente, un gruppo di ricercatori dell’Università di Tokyo e Kyoto ha descritto i risultati incoraggianti di un esperimento in cui un veicolo è stato equipaggiato con due enormi occhi finti montati sul muso, capaci di ruotare in varie direzioni per indicare ai pedoni se sono stati “visti” dai sensori del sistema di guida.
Se questi occhi si rivolgono verso un pedone, quel pedone sa di essere stato visto; se gli occhi non si orientano nella sua direzione, il pedone ha una chiara indicazione visiva del fatto che il sistema di guida non l’ha riconosciuto.
Secondo i ricercatori, l’aggiunta degli occhi al muso del veicolo ha ridotto del 64% gli attraversamenti pericolosi della strada effettuati dalle persone in un ambiente simulato in realtà virtuale. Con sorpresa, la ricerca ha rilevato anche che gli uomini tendono a prendere decisioni più avventate e scelgono più spesso di attraversare anche quando il veicolo non ha dato segni di averli visti, mentre le donne sono molto più caute e spesso scelgono di non attraversare anche quando il veicolo sta chiaramente per fermarsi.
Se l’idea di montare degli enormi occhi sulla vostra automobile vi sembra leggermente ridicola, non siete i soli. Ma va detto che per le auto a guida autonoma gestire le persone e la loro imprevedibilità è una delle sfide tecniche più difficili, per cui questa potrebbe davvero essere una soluzione efficace per salvare delle vite in modo relativamente economico. E comico.
Fonte aggiuntiva: Gizmodo.
Lampadine IKEA infestate in tempo per Halloween
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Con tempismo perfetto per Halloween arriva un avviso di sicurezza per le lampadine smart di IKEA, che hanno due vulnerabilità (CVE-2022-39064 e CVE-2022-39065) sfruttabili per farle sfarfallare come se fossero infestate o provenissero da una delle case della serie Stranger Things.
Jonathan Knudsen, del Synopsys Cybersecurity Research Center, ha scoperto infatti che le lampadine Tradfri e il loro gateway o dispositivo di controllo possono essere indotte a fare un reset semplicemente mandando loro un segnale radio apposito (tecnicamente, se ci tenete a saperlo, si chiama frame Zigbee malformato).
Una volta resettate, le lampadine restano tutte accese al massimo della luminosità e l’utente non riesce più a comandarle, né con l’app né con il telecomando apposito. Per riprenderne il controllo, l’utente deve riaggiungere manualmente alla propria rete domestica ciascuna lampadina. Ma siccome non esiste un aggiornamento correttivo completo, l’aggressore può ripetere l’attacco tutte le volte che vuole, usando semplicemente un laptop e un radiotrasmettitore che costa una trentina di euro o franchi e può agire anche da un centinaio di metri di distanza.
IKEA è stata avvisata delle falle e ha messo a disposizione un aggiornamento parziale, che conviene sicuramente installare, ma la vulnerabilità in questo caso deriva dalla natura stessa del sistema di trasmissione e di comando utilizzato, chiamato Zigbee, e quindi non è completamente rimediabile.
Un attacco di questo genere non comporta fughe di dati, ma può essere comunque un fastidio notevolissimo. Se avete queste lampadine smart e vedete che sfarfallano o lampeggiano e non rispondono ai comandi, i casi sono due: o avete un vicino informaticamente dispettoso, oppure qualcuno sta cercando di comunicare con voi dal Sottosopra.
Fonte aggiuntiva: The Register.
Meta presenta il visore Quest Pro
Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio. Ultimo aggiornamento: 2022/10/14 14:10.
Milleseicento franchi o euro per un visore per realtà virtuale sono una cifra che può indurre vertigini maggiori di quelle che provano molti utenti quando entrano nei mondi virtuali ipercinetici offerti da questa tecnologia. Questo è il prezzo di vendita del Meta Quest Pro, presentato questa settimana da Mark Zuckerberg di Meta, che è deciso a trasformare il suo impero planetario nei social network in un metaverso basato sulla realtà virtuale. Meta Quest Pro costa quattro volte di più dei visori precedenti della stessa azienda, però promette prestazioni decisamente superiori.
Lasciando da parte i dettagli strettamente tecnici, la novità più importante è il fatto che a differenza dei normali visori per realtà virtuale, che bloccano completamente la visuale, il Quest Pro permette di vedere il mondo esterno grazie a delle ampie aperture laterali anche quando lo si indossa. È infatti predisposto per la cosiddetta mixed reality o realtà mista o ibrida, che combina elementi del mondo reale con elementi generati dal visore. Anzi, se volete la realtà virtuale vera, quella in cui tutto quello che vedete è generato dal visore, con il Quest Pro vi servono dei paraocchi appositi aggiuntivi (50 CHF).
Come i modelli precedenti, Quest Pro non ha bisogno di un computer o di marcatori piazzati nella stanza: è completamente autonomo e riconosce il perimetro dell’ambiente grazie alle telecamerine esterne, che gli consentono anche di rilevare gli oggetti presenti nel mondo reale, come pareti o scrivanie o tastiere, e integrarli nell’esperienza virtuale.
A differenza dei visori che l’hanno preceduto, però, ha anche delle telecamere che guardano l’utente, per due ragioni principali: una è catturare e trasmettere le espressioni facciali, in modo da applicarle agli avatar, ossia ai simulacri che gli utenti usano per rappresentarsi negli ambienti di realtà virtuale; l’altra è tracciare lo sguardo dell’utente, in modo da generare la massima qualità d’immagine solo nella porzione di schermo effettivamente guardata istante per istante (foveated rendering: “This feature is used to make your avatar’s eye contact and facial expressions look more natural during your virtual interactions with other users and to improve the image quality within the area where you are looking in VR”, dice Meta), senza sprecare potenza di calcolo per disegnare in dettaglio elementi che stanno nella zona periferica del campo visivo e che quindi non verrebbero comunque osservati approfonditamente.
Le prime recensioni sono molto incoraggianti e notano una netta riduzione dell’effetto zanzariera tipico di molti visori, in cui si vede la griglia dei puntini che compongono l’immagine, riducendo nitidezza e realismo. Ma la fascia di prezzo è adatta ai gamer più incalliti o spendaccioni oppure a un uso professionale. E infatti Microsoft ha annunciato che nel 2023 offrirà una versione di Windows 11, Teams e Office apposita per la realtà virtuale, che consentirà di creare un ambiente collaborativo immersivo con scrivanie virtuali (a prova di gatto salterino, si spera) e schermi virtuali condivisi.
Al posto di annoiarci facendo interminabili riunioni e call stando fermi per ore davanti allo schermo di un computer, insomma, potremo finalmente annoiarci in 3D e con un casco in testa che sa in che direzione stiamo guardando.
Fonti aggiuntive: BBC, Engadget, Android Central.
Chi c’è nello spazio? Aggiornamento 2022/10/14
L’equipaggio della missione Crew-4, composto da Kjell Lindgren, Bob Hines e Jessica Watkins della NASA e da Samantha Cristoforetti dell’ESA, è rientrato sulla Terra poco fa dopo aver lasciato la Stazione Spaziale Internazionale. Era partito dal nostro pianeta con un volo SpaceX il 27 aprile 2022 ed è tornato con lo stesso veicolo con il quale era partito (una capsula Crew Dragon).
L’astronauta dell’ESA ha totalizzato 369 giorni nello spazio, piazzandosi al secondo posto mondiale nella classifica femminile del tempo totale di permanenza nello spazio (davanti a lei c’è Peggy Whitson, con oltre 600 giorni complessivi).
Con l’ammaraggio di poco fa, Cristoforetti è diventata anche l’unico astronauta italiano (uomo o donna) ad aver effettuato un ammaraggio di ritorno dallo spazio (tutti gli altri sono scesi sulla terraferma, con Shuttle o Soyuz).
Stazione Spaziale Internazionale (7)
Francisco Rubio (NASA) (dal 2022/09/21)
Sergei Prokopyev (Roscosmos) (dal 2022/09/21)
Dmitri Petelin (Roscosmos) (dal 2022/09/21)
Nicole Mann (NASA) (dal 2022/10/07)
Josh Cassada (NASA) (dal 2022/10/07)
Koichi Wakata (JAXA) (dal 2022/10/07)
Anna Kikina (Roscosmos) (dal 2022/10/07)
Stazione Nazionale Cinese (3)
Chen Dong (dal 2022/06/05)
Liu Yang (dal 2022/06/05)
Cai Xuzhe (dal 2022/06/05)
Altri voli spaziali umani in corso
Nessuno.
Lancio Artemis I
La data di lancio resta per ora fissata al 14 novembre 2022, con una finestra di lancio di 69 minuti che inizia alle 00:07 ET (le 6:07 CET). Il razzo verrà riportato alla Rampa 39B del Kennedy Space Center il 4 novembre.
Prossimi rientri di equipaggi
Nessuno imminente.
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Ask a techspert: How does Lens turn images to text?
When I was on holiday recently, I wanted to take notes from an ebook I was reading. But instead of taking audio notes or scribbling things down in a notebook, I used Lens to select a section of the book, copy it and paste it into a document. That got me curious: How did all that just happen on my phone? How does a camera recognize words in all their fonts and languages?
I decided to get to the root of the question and speak to Ana Manasovska, a Zurich-based software engineer who is one of the Googlers on the front line of converting an image into text.
Ana, tell us about your work in Lens
I’m involved with the text aspect, so making sure that the app can discern text and copy it for a search or translate it — with no typing needed. For example, if you point your phone’s camera at a poster in a foreign language, the app can translate the text on it. And for people who are blind or have low vision, it can read the text out loud. It’s pretty impressive.
So part of what my team does is get Lens to recognize not just the text, but also the structure of the text. We humans automatically understand writing that is separated into sentences and paragraphs, or blocks and columns, and know what goes together. It’s very difficult for a machine to distinguish that, though.
Is this machine learning then?
Yes. In other words, it uses systems (we call them models) that we’ve trained to discern characters and structure in images. A traditional computing system would have only a limited ability to do this. But our machine learning model has been built to “teach itself” on enormous datasets and is learning to distinguish text structures the same way a human would.
Can the system work with different languages?
Yes, it can recognize 30 scripts, including Cyrillic, Devanagari, Chinese and Arabic. It’s most accurate in Latin-alphabet languages at the moment, but even there, the many different types of fonts present challenges. Japanese and Chinese are tricky because they have lots of nuances in the characters. What seems like a small variation to the untrained eye can completely change the meaning.
What’s the most challenging part of your job?
There’s lots of complexity and ambiguity, which are challenging, so I’ve had to learn to navigate that. And it’s very fast paced; things are moving constantly and you have to ask a lot of questions and talk to a lot of people to get the answers you need.
When it comes to actual coding, what does that involve?
Mostly I use a programming language called C++, which enables you to run processing steps needed to take you from an image to a representation of words and structure.
Hmmm, I sort of understand. What does it look like?

This is what C++ looks like.
The code above shows the processing for extracting only the German from a section of text. So say the image showed German, French and Italian — only the German would be extracted for translation. Does that make sense?
Kind of! Tell me what you love about your job
It boils down to my lifelong love of solving problems. But I also really like that I’m building something I can use in my everyday life. I’m based in Zurich but don’t speak German well, so I use Lens for translation into English daily.
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