HP: risolto un grave bug di Support Assistant
HP ha comunicato di aver individuato e risolto la falla CVE-2022-38395, piuttosto severa e presente nel suo software Support Assistant.
Dati a spasso nel cloud: un’azienda italiana ha lasciato accessibili le scansioni dei documenti dei clienti
Il cloud è bello. Permette di accedere ai propri dati da qualunque dispositivo in qualunque momento, consente la condivisione e la collaborazione, riduce i costi aziendali. Ma quando è fatto male e configurato peggio, apre la strada a disastri di sicurezza e i dati personali diventano accessibili e rubabili da chiunque. Oggi vi racconto uno di questi disastri.
Mi arriva una segnalazione confidenziale tramite un’app di messaggistica sicura: un’azienda italiana ha un bucket Amazon completamente aperto e world-readable che causa un data leak gravissimo.
Traduzione: le scansioni dei documenti d’identità dei clienti di quell’azienda sono leggibili e scaricabili da chiunque usando un semplice programma di navigazione, senza dover digitare password o altro, in violazione di tutti i principi e le leggi sulla protezione dei dati personali. Nomi, cognomi, fotografie, tessere sanitarie, moduli con indirizzi di casa e date di nascita, insomma tutto quello che serve per un furto di identità di massa o per una serie di truffe online, è aperto e a disposizione di qualunque saccheggiatore.
Partiamo dalle basi. Un bucket è un contenitore di dati del servizio cloud di Amazon. Molti utenti comuni non lo sanno, ma Amazon, oltre a essere un immenso negozio online, è anche un grandissimo fornitore di servizi cloud. In pratica, numerosissime aziende di tutto il mondo affittano spazio sui server di Amazon e vi depositano i propri dati. Invece di costruirsi un cloud interno, con tutti i costi e le complicazioni del caso, creano un cloud sui computer di Amazon.
Il problema è che se questo cloud non viene impostato correttamente, i dati sono accessibili a chiunque, ossia sono leggibili da tutto il mondo: world-readable, appunto. Basta digitare in un qualsiasi browser il nome del bucket dell’azienda, che è facilmente reperibile o intuibile, seguito da .s3.amazonaws.com, e si ottiene un elenco di tutti i file presenti nel bucket.
A quel punto diventa banale creare un programma o script che legga questo elenco e si scarichi tutti i file del bucket della malcapitata azienda, creando una fuga di dati, ossia un data leak, di proporzioni epiche.
E in effetti il caso che mi è stato segnalato è particolarmente imbarazzante e grave. Ho verificato personalmente che i dati dei clienti dell’azienda, circa un migliaio di file, sono perfettamente accessibili: non faccio il nome dell’azienda per ovvie ragioni di sicurezza e mi limito a dire che si tratta di un nome piuttosto noto nel settore della fornitura di energia elettrica e di gas in Italia.
Vedo per esempio la carta d’identità di Francesca, che abita a Casalecchio di Reno, e anche la sua patente e la sua tessera sanitaria. Vedo i documenti di Aurora, nata a Bologna nel 1997, e quelli parecchio sgualciti di Roberto, nato a Prato nel 1975. Di queste persone vedo date di nascita, indirizzi di casa, fotografie a colori. E ce ne sono tante, tante altre, inconsapevoli del fatto che i loro dati personali sono a spasso sul Web. Se vi siete mai chiesti come fanno i criminali ad aprire conti correnti o abbonamenti telefonici o altri servizi senza usare i propri dati personali, ora avete la risposta.
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Ora che l’emorragia di dati è accertata, resta il problema di cosa fare. È impraticabile contattare i singoli utenti per avvisarli che le scansioni dei loro documenti sono accessibili via Internet e che quindi devono fare attenzione a eventuali attivazioni fraudolente di servizi a loro nome ed eventualmente denunciare l’azienda in questione per violazione delle norme sulla riservatezza dei dati. Gli utenti da contattare sarebbero troppi, e comunque molti di loro sarebbero diffidenti verso chiunque li contattasse con un avviso del genere.
Le vittime dell’errore informatico resteranno quindi, purtroppo, all’oscuro di tutto. Si potrebbe allora contattare l’azienda in questione e avvisarla. Ma chi mi ha segnalato il problema dice di averlo già fatto, senza ottenere risultato. L’ho fatto anch’io, trovando con fatica nel sito dell’azienda l’indirizzo di mail del responsabile per la protezione dei dati, e gli ho scritto avvisandolo che avrei raccontato pubblicamente la vicenda. Al momento in cui registro questo podcast non ho ancora avuto risposta. Ma un primo risultato sembra che ci sia: poco dopo l’invio della mia mail, i dati non risultano più accessibili. Forse la segnalazione ha avuto effetto.
Purtroppo capita spesso che le aziende facciano invece finta di niente e continuino a lasciare in bella vista i dati dei loro clienti nonostante siano state avvisate. In casi come questi si finisce per fare una segnalazione al Garante per la privacy, che prende poi i provvedimenti del caso, che possono includere sanzioni molto elevate.
Queste sanzioni per chi commette errori grossolani dovrebbero in teoria fare da deterrente e indurre le aziende a lavorare con più attenzione, ma non sempre è così. In ogni caso, le sanzioni non risolvono il problema che le informazioni personali degli utenti sono ormai disseminate su Internet e non c’è modo di riprenderle. E ovviamente dati come la data di nascita o il nome e cognome non sono modificabili in caso di furto come si fa con le password.
L’unica, magra consolazione è che almeno alcuni dei documenti hanno una data di scadenza, per cui fra qualche anno le loro scansioni non saranno utilizzabili. Nel frattempo, a noi utenti, ai quali viene chiesto continuamente di mandare scansioni di documenti per fare acquisti e attivazioni online di ogni genere, non resta che alzare la guardia, rifiutando se possibile queste scansioni e facendo attenzione a eventuali avvisi di attivazione di servizi o di acquisti sospetti.
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Un ladro cerca di rubarmi l’account Instagram. Risate e tecniche di autodifesa
Non tutti i criminali informatici sono dei geni del male. Pochi giorni fa un aspirante truffatore ha tentato di prendersela con me e rubare il mio account Instagram. Non è andata come sperava, e la sua disavventura offre l’occasione di ripassare un paio di trucchi di sicurezza e di trappole di Instagram che è meglio conoscere per difendersi. Ma c’è anche parecchio da ridere.
Tutto comincia con una trappola classica. Un mio conoscente su Instagram mi manda un messaggio privato usando un italiano improbabile: “voglio disturbarti affatto, ma ho bisogno del aiuto per qualcosa, per favore”, condito con vari emoji di supplica. Gli chiedo come lo posso aiutare.
Lui risponde così: “Sto cercando di iscrivermi con il mio Instagram il mio nuovo telefono e Instagram non mi permette che mi hanno mostrato 2 amici che posso contattare per aiutarmi a ricevere un link. Per favore, se ricevi il link mandamelo così posso effettuare il login”.
Nei suoi messaggi successivi mi spiega insistentemente che dovrei ricevere tramite SMS un link, che dovrei poi mandargli subito. In effetti mi arriva sul telefonino un SMS che indica come mittente Facebook, dice “Tocca per accedere al tuo account Instagram” e prosegue con un link del tipo https://ig.me/ seguito da tante lettere e tanti numeri. Attenzione: è questa la trappola da evitare. Il link non va dato assolutamente a nessuno, perché è un link temporaneo che permette a chi ce l’ha di prendere il controllo dell’account senza dover immettere password.
In pratica, un ladro di account ha preso il controllo dell’account Instagram del mio conoscente e mi sta contattando fingendo di essere lui. Vuole rubare anche il mio account, e quindi è andato su Instagram, ha immesso il mio nome utente nella schermata di login e ha cliccato su “Hai dimenticato la password?”, e così Instagram lo ha portato alla schermata di reset della password.
Questa schermata è pensata per consentire a un utente di rientrare nel proprio account anche se non si ricorda la password: cliccando sul pulsante Invia il link di accesso, l’utente riceve sul proprio smartphone un SMS che contiene un link temporaneo di accesso diretto. Ma se l’utente manda quel link a qualcun altro, sarà quel qualcun altro a prendere il controllo del suo account Instagram.
Purtroppo Instagram commette il grave errore di non includere in questo SMS un avvertimento che dica chiaramente che il link non va mandato a nessuno. Le vittime di questa truffa ricevono l’SMS e la richiesta di quello che credono sia un loro amico che ha bisogno di aiuto e quindi mandano questo SMS all’impostore. E così si fanno rubare l’account Instagram.
Quindi mi raccomando: se ricevete un SMS contenente un link che invita a toccarlo per accedere al vostro account Instagram, non condividetelo con nessuno.
È chiaro, insomma, che sto interagendo con un ladro, e in particolare con un ladro particolarmente sprovveduto, perché nella mia bio su Instagram c’è chiaramente indicato che mi occupo di sicurezza informatica e quindi non sono un bersaglio facile.
A questo punto posso permettermi di giocare un po’ con l’aspirante ladro. Faccio finta di cadere nella trappola e gli mando un link leggermente alterato: al posto delle lettere e dei numeri che mi sono arrivati nell’SMS gli scrivo 1IcIVhfLkRicKR0LL. Qualunque ladro anche solo vagamente attento dovrebbe notare che le ultime lettere del link compongono la parola rickroll, che è il nome di una burla classica di Internet descritta in una puntata precedente di questo podcast. Non solo non se ne accorge, ma mi ringrazia anche con un cuoricino.
Passano alcuni minuti, durante i quali il truffatore evidentemente digita pazientemente il link falso e si rende conto che non funziona. E così mi chiede di mandargli uno screenshot, probabilmente perché pensa che io sia un imbranato.
A questo punto decido di dargli corda e fargli perdere tempo credendo di essere a un passo dal mettere a segno il furto di account. Parte un lungo dialogo: fingo di non essere esperto, e mi invento le scuse più bislacche. Cose del tipo “Non riesco, il telefono mi dice che ho il cirbione vagolato e manca la notifica di hotlinking. Cosa vuol dire? Non capisco”. E lui, pazientemente, risponde. “Non hai nulla di cui preoccuparti. Mandami il link dopo di che andrà tutto bene”.
“Sì, ma cos’è questo cirbione vagolato?” Sono due parole prese dal lessico fantastico del fumettista Jacovitti. Il truffatore non si rende conto che lo sto prendendo in giro.
“Non è niente. Mandami il link”, risponde. Gli chiedo scusa, dicendogli “Mamma mia scusami ma sono molto lento perché ho la malattia della tafazzite da quando avevo 13 anni ho solo due dita che funzionano”. Lui, imperterrito, insiste. Gli chiedo altre cose assurde: “Tu stai bene? Hai qualche malattia? Ti piacciono i film dei gladiatori? A me piace parlare con le persone ma non posso perché ho la tafazzite contagiosa”.
Niente. Neanche la citazione di malattie inesistenti come la tafazzite contagiosa o di battute celebri del film L’aereo più pazzo del mondo gli fa accendere la lampadina. Mi manda uno screenshot del mio profilo, dicendomi “Mandami uno screenshot di questa parte del tuo account Instagram ora”. È una mia impressione o il suo tono comincia a essere esasperato?
Il tempo passa e lo scambio di messaggi prosegue. Gli dico che mi sono spaventato perché temo che lui sia un hacker e questo mi ha causato problemi di incontinenza, e lui mi risponde “Oh, mi dispiace tanto. Ti aiuterò con 1.000€”, dimostrando che è una persona in carne e ossa e non un bot o sistema automatico. Poi gli dico che faccio intervenire la mia inesistente figlia Giuditta e gli mando, finalmente, il link che continua insistemente a chiedermi. Ma il link che gli mando è un canary token, ossia un link speciale, che si può creare gratuitamente per esempio presso Canarytokens.org, che quando viene cliccato manda a chi l’ha creato delle informazioni su chi ha cliccato.
In altre parole, se il truffatore clicca sul link, riceverò le sue coordinate: il suo indirizzo IP, il tipo di telefono che sta usando, e altre informazioni interessanti. Ma il link è chiaramente riconoscibile, perché contiene il nome del sito Canarytokens, per cui non mi aspetto che ci caschi. Per confonderlo e come ulteriore presa in giro, gli dico che Giuditta, la mia figlia immaginaria che mi sta aiutando, gli ha mandato per errore il link alle sue foto intime e gli chiedo di non guardarle.
Ovviamente il truffatore non resiste alla tentazione e clicca sul link. Mi arrivano le informazioni su di lui. Risulta che usa un iPhone e che il suo indirizzo IP è svizzero, ma è quello di un servizio di VPN, per cui probabilmente l’aspirante ladro di account sta altrove.
A questo punto l’ho già tenuto in ballo per oltre un’ora, e ho ottenuto tutto quello che mi serviva, per cui lancio la burla finale: “BUONGIORNO” gli scrivo “QUESTO È IL SERVIZIO SVIZZERO DI SICUREZZA DIGITALE. QUESTO ACCOUNT VIENE MONITORATO. SIGNOR MONI [è questo il nome dell’account rubato] LEI È PREGATO DI IDENTIFICARSI CON UNA IMMAGINE DI UN DOCUMENTO DI IDENTITÀ E DI PRESENTARSI ALLA CENTRALE DI SICUREZZA DI EGERKINGEN ENTRO 24 ORE PER UN INTERROGATORIO. FIRMATO AGENTE HUBER.”
Improvvisamente cala il silenzio. Il truffatore non si fa più vivo, non risponde ai miei messaggi successivi. Gli lascio un messaggio di congedo, nel quale gli spiego chi sono e che ho raccontato il suo tentativo di furto in diretta su Twitter per far divertire chi mi legge. Gli dico che so benissimo che lui è un criminale che sa altrettanto bene che sta commettendo un reato e aggiungo che spero che la conversazione gli sia di lezione: le vittime, a volte, sanno reagire.
Per me la vicenda sarebbe finita, ma a sorpresa, alcune ore più tardi, mi chiede ancora di mandargli il link. Probabilmente sta gestendo contemporaneamente vari tentativi di truffa e ha perso il filo del discorso.
Decisamente non tutti i criminali sono geni del male. Siate più svegli di loro.
Se vi interessa l’intera conversazione che qui ho riassunto, gli screenshot sono qui sotto. Buon divertimento.










