Facebook ha saputo per anni ed ha comunque permesso a minorenni di spendere denaro reale in-game nei videogiochi ospitati sulla piattaforma. Lo dicono i documenti portati a galla da Reveal News, che parlano di una class action iniziata nel 2012 da parte di alcuni genitori e conclusasi nel 2016. Il social network sapeva che molte delle transazioni economiche in giochi come Angry Birds erano effettuate dai bambini e senza il consenso dei genitori, ma che ha taciuto per timore di perdere ingenti profitti. Nonostante questo non è mai intervenuta e ha spesso negato le richieste di rimborso.
